Cancel culture e cancellazione dei diritti

Cancel culture e cancellazione dei diritti

Censure e boicottaggi contro opere e dichiarazioni giudicati non in linea con dei sani principi di tolleranza e qualità sono

diventati frequenti a partire dagli anni 2010. Questo fenomeno, noto come “Cancel culture”, ha cause di natura politica e delle

importanti ripercussioni di tipo sociale e culturale. 

 

Definizione e contesto

 

Per Cancel culture si intende il boicottare individui, compagnie e aziende che esprimono affermazioni, giudizi e opinioni

ritenute immorali e inaccettabili per il sentire comune andando contro quindi il politicamente corretto, in modo particolare non

rispettose di razze, gruppi etnici, religiosi, generi e orientamenti sessuali non tradizionali. Nell’opinione pubblica si vuole

veicolare l’idea che si tratta di azioni necessarie per salvaguardare le minoranze e i gruppi umani ritenuti più discriminati e

indifesi, come stranieri, donne, omosessuali, transessuali   e appartenenti a fedi religiose meno diffuse, in nome di una

sensibilità che molti partiti politici trasversalmente abbracciano.

Ma si tratta di supposte battaglie di cui i partiti che vogliono farsi ascrivere alla sinistra fanno una propria

peculiarità. La difesa e la salvaguarda di questi diritti è qualcosa di insindacabile e fuori discussione e chi impedisce il libero

esercizio di questi pilastri civici deve essere fermato.

Cancel Culture
Cancel Culture

 

Tuttavia, in un momento in cui le idee sembrano scarseggiare in politica e fra i mass media mainstream, si assiste a un

appiattimento del dibattito dell’opinione pubblica, laddove le consuete divisioni di destra e sinistra sono contenitori vuoti per

imporre, grazie a un cavallo di Troia facente leva sui buoni sentimenti, una comune visione della realtà, chiamata con un

termine, presto reso desueto perché troppo smascherante, di “Pensiero unico”.

 

L’antefatto

 

Nel 2013, successivamente all’assoluzione di George Zimmerman, reo di aver sparato all’adolescente  afroamericano Trayvon

Martin il 26 febbraio 2012, uccidendolo, cominciò a comparire su vari social media l’hashtag #BlackLivesMatter, da nome del

movimento congiuntamente nato con l’obbiettivo dichiarato difendere la causa dei neri. Nel 2013 negli Stati Uniti l’iniziativa

prese vita dall’iniziativa delle attiviste statunitensi e afroamericane Alicia Garza, Patrisse Cullors e Opal Tometi. Il principio

cardine è la centralità dell’identità nera, considerata come il fulcro dell’ottenimento di ogni giustizia sociale.

Alicia Garza, Patrisse Cullors e Opal Tometi, fondatrici di #Blakcklivesmatter
Alicia Garza, Patrisse Cullors e Opal Tometi, fondatrici di #Blakcklivesmatter

Altro tema toccato è quello dell’identità di genere: si ritiene che per una società più equa si debba lottare contro il privilegio

cisgender (le persone la cui identità dichiarata corrisponde al sesso biologico), a sostegno di transessuali, soprattutto neri.

Ulteriore punto è l’avversione alla presunta centralità della figura dell’uomo, appoggiando le identità queer , cioè il modo di

identificare la propria identità sessuale al di fuori del bipolarismo biologico dei generi di maschio e femmina, e combattendo

omofobia e transfobia.

Manifestazione di #Blacklivesmatter
Manifestazione di #Blacklivesmatter

Altro motore  fu lo scandalo scoppiato nel 2017 negli Stati Uniti che iniziò con denunce di favori sessuali chiesti per avere posti

di lavoro in ambito cinematografico: finirono nel mirino registi e produttori di successo: fu un vero scisma che scosse l’opinione

pubblica e che portò alla nascita del movimento #MeeToo. Se da un lato la motivazione è sacrosanta, può in alcuni casi forse

essere una furba manovra per attirare l’attenzione mediatica quando la rivendicazione viene esposta a anni di distanza

contro uomini che non avevano realmente usato violenza.

Manifestanti del movimento #Metoo
Manifestanti del movimento #Metoo

Come per le rivoluzioni colorate i finanziatori sono seminascosti e apparentemente insospettabili.

Dietro questi movimenti l’Open Society Foundations (OSF), una rete di sovvenzioni d’area progressista fondata dal finanziere

George Soros nel 1993 per finanziare gruppi della società civile in tutto il mondo.

Ancora una volta i grandi burattinai sarebbero esponenti della finanza internazionale controllori di potentissime holding.

 

 

Gli sviluppi

 

Il dibattito pubblico e culturale si è rapidamente appiattivo e assottigliato sotto i colpi di scure del politically correct e

dell’omologazione che hanno raggiunto livelli parossistici, sfociando frequentemente nella farsa. Il buon senso viene messo

all’angolo in maniera così evidente da suscitare incredulità e una sana presa di distanza da parte di molti. Se le masse, non di

rado nei suoi strati culturalmente ed economicamente di livello medio-alto, ubbidiscono, bisognose di approvazione e

orgogliose di finire dalla parte dei “giusti”, in una perfetta applicazione di quello che in psicologia è chiamato

Effetto Pigmalione” , cresce il numero di persone che non accetta di foderarsi gli occhi del proverbiale

prosciutto. La politica da tempo impone le “quote rosa” per garantire un’equa suddivisione tra uomini e donne, quando

bisognerebbe poter scegliere rappresentanti il più possibile capaci e onesti, a prescindere dal fatto che siano uomini o donne.

D’altro canto si vedono improbabili “quote nere” nello spettacolo per dare ad attori non bianchi parti di

personaggi invece palesemente europoidi in una sorta di rivisitazione posticcia della letteratura e della Storia.

Emblematici i casi di un film prodotto dalla Sony con un attore effeminato e di fenotipo negroide  quale Billy

Porter  nella parte della fata di Cenerentola e Rachel Zegler, un’attrice colombiana mulatta nel ruolo di Biancaneve in una

omonima produzione Disney.

Forzature che sembrano soltanto inscenare una parodia surreale e  grottesca di un concetto altrimenti importante quale

l’inclusione sociale.

 

Billy Porter nei panni della fata di Cenerentola
L’attore Billy Porter nei panni della fata di Cenerentola
L'attrice Rachel Zegler nei panni di Biancaneve
L’attrice Rachel Zegler nei panni di Biancaneve

Si sono sentite assurdità ridicole come il gioco degli scacchi razzista perché per regolamento il bianco muove per primo

oppure che proprio la fiaba di Biancaneve sia sessista perché il principe bacia la principessa addormentata quindi senza

consenso, anche se così facendo la risveglia e libera dall’incantesimo.

Si è arrivati ad atti vandalici come quello alla statua della Sirenetta di Copenaghen, tratto dalla fiaba dello scrittore danese Hans

Christian Andersen:

“Racist Fish” (Pesce razzista) campeggiò sotto la statua più famosa di Danimarca, perché probabilmente riferito a un personaggio del

lungometraggio animato della Disney, ispirato all’omonima fiaba, dove uno dei pesci sembra far riferimento a una caricatura

stereotipata degli afroamericani.

 

La Statua della Sirenetta di Copenaghen imbrattata
La Statua della Sirenetta di Copenaghen imbrattata

Lo sport, utilizzato come potente strumento di propaganda a partire da quando è diventato un fenomeno sociale di massa, non

poteva non essere coinvolto. Durante il Campionato Europeo di calcio 2020 (ma disputatosi nel 2021 perché l’anno precedente

è stato rinviato per il Covid-19) il movimento #BlackLivesMatter tramite l’UEFA ha chiesto ai giocatori di inginocchiarsi prima

del fischio d’inizio delle partite in segno di rispetto per le vittime del razzismo. Si tratta di un invito che pare rivolto a instillare

un senso di colpa per reati non commessi, ricordando da vicino il peccato originale che per tutte le chiese cristiane ricadrebbe

su tutti a partire a partire dalla nascita. E il senso di colpa ha un legame con la tendenza alla sottomissione, come evidenziò lo

psichiatra e filosofo Willem Reich.

La scure correttiva non ha risparmiato nemmeno la Storia e la cultura classica:

la Howard University di Washington ha eliminato il suo dipartimento di studi umanistici per “questioni di priorità”, mentre

l’Università di Princeton toglie l’obbligo di studio del greco e del latino per valutare quali studi possono essere discriminatori

per alcuni alla luce del fatto che la cultura greca e romana sarebbero state complici di alcune forme di esclusione come lo

schiavismo e il razzismo, senza ovviamente considerare che la filosofia e la democrazia sono nati in Grecia e il diritto a Roma e

che lo stesso concetto di cittadinanza romana era legato all’identità culturale di comuni valori riconosciuti nella romanitas.

Dan-el Padilla Peralta, professore di storia romana nello stesso prestigioso ateneo membro dell’Ivy League, la consociazione

che riunisce molte delle più antiche e prestigiose università statunitensi, ha sostenuto che gli studi classici servono a

perpetuare il suprematismo bianco.

Il gruppo studentesco  Decolonization at Brown (DAB) della Brown University di Providence (Rhode Island), altra prestigiosa

istituzione dell’Ivy League, ha avanzato una richiesta scritta per togliere le statue degli imperatori romani Ottaviano Augusto e

Marco Aurelio dagli spazi pubblici della facoltà perché sarebbero espressione di un’ideologia razzista e colonialista.

Statua incriminata di Marco Aurelio alla Brown University
Statua incriminata di Marco Aurelio alla Brown University
L'altra statua sotto accusa alla Brown University: quella di Ottaviano Augusto
L’altra statua sotto accusa alla Brown University: quella di Ottaviano Augusto

Si è arrivati poi alla proposta partita dalla Columbia University di New York di radere al suolo le opere architettoniche e

urbanistiche compiute durante il Ventennio fascista in Italia, come l’intero quartiere EUR di Roma e il Palazzo di Giustizia di

Milano. Salvaguardare l’importanza e la bellezza di certe opere non ha chiaramente nulla a che vedere con l’abbracciare partiti

politici e ideologie storicamente relativi.

 

Palazzo della Cività Italiana, monumento simbolo dell'EUR, reo per qualcuno di esser stato costruito durante il Fascismo
Palazzo della Cività Italiana, monumento simbolo dell’EUR, reo per qualcuno di esser stato costruito durante il Fascismo

 

Ovviamente ogni civiltà e ogni opera artistica e intellettuale vanno relativizzate all’epoca che l’ha prodotta, tenendo presenti i

valori vigenti, gli accadimenti e il contesto storico e sociale nella sua interezza. Questa opera di sradicamento culturale e

annichilimento di valori in atto non ha nulla a che vedere con l’emancipazione da schemi di pensiero superati e

auspicabilmente abbandonabili.

Il sapere delle generazioni che hanno preceduto non deve essere infatti un limite ma un preziosissimo punto di partenza, che

può offrire strumenti sempre utili. Riprendere dal cammino dell’eredità del passato senza ignorarlo può permettere alla società

di avanzare senza retrocedere, per non correre il rischio che il monito dei filosofi tedeschi  Theodor Adorno e Max Horkheimer,

si affermi: “Nella modernità barbarie e cultura coincidono” così tuonavano gli esponenti della Scuola di Francoforte.

Martin Luther King citava Socrate” ha dichiarato con forza Cornel West, filosofo afroamericano che tiene corsi alla

blasonatissima università di Harvard e in altri tra i importanti atenei statunitensi.

Anche il Dipartimento di studi africani e afro-americani ha le idee chiare riguardo l’assurdità di

questo tipo di iniziative ricordando come il pensiero di uno dei più grandi attivisti per i diritti civili degli afroamericani poggiasse

su una solida cultura classica di stampo umanistico.

Il filosofo americano Cornel West
Il filosofo americano Cornel West

Si arriva a un nuovo tipo di censura che è soltanto di segno opposto rispetto a quello che ingenuamente ci si potrebbe

aspettare: un buonismo ipocrita imperante che cancella la cultura e lo spirito critico e sotto il quale si annida un potere

accentratore che non accetta nessun contraddittorio e nessun autentico quanto scomodo dibattito culturale.

 

La lettera contraria

 

La risposta di 150 intellettuali e artisti di spicco e non allineati a queste dinamiche non si fece attendere e avvenne sulle pagine

della rivista Harper’s attraverso una lettera intitolata “A Letter on Justice and Open Debate”.

Tra i firmatari del testo figurano anche gli scrittori Salman RushdieJ. K. Rowling e Margaret Atwood i docenti universitari

Noam ChomskyFrank Fukuyama oltre che il campione di scacchi Garry Kasparov.

Si chiedeva la difesa della libertà d’espressione, anche quando si esprimevano concetti non condivisi, mettendo in guardia sui rischi della censura.

Alcuni firmatari di A letter of justice and open debate
Alcuni firmatari di “A letter of justice and open debate”

Artisti e accademici si sono uniti in questa dichiarazione scritta per denunciare la strisciante presenza del conformismo

ideologico che con strumenti di repressione e ostracizzazione mette a repentaglio la libera circolazione di idee.

“Il modo per sconfiggere le cattive idee – si sostiene nella lettera – è attraverso l’esposizione, l’argomentazione e la

persuasione, non cercando di metterle a tacere o sperare che spariscano – concludendo – rifiutiamo ogni falsa scelta tra

giustizia e libertà, che non possono esistere l’una senza l’altra.”

 

La risposta dei difensori della cancel culture

 

I difensori della cancel culture sostengono invece che è inesatto parlare di censura perché chi fa esternazioni  giudicate

discriminatorie nei confronti di gruppi ritenuti più deboli lo fa da una posizione di forza: danneggerebbe qualcuno che non è in

grado di difendersi adeguatamente.

La scrittrice e giornalista Alisha Grauso su Twitter ha dichiarato “La cancel culture è sempre esistita, solo ha storicamente

buttato giù donne e persone di colore che osavano elevarsi sopra il loro stato. E solo quando ha iniziato a colpire uomini bianchi potenti (e

qualche donna bianca) è improvvisamente diventato un problema. Strano, no?”.

 

 

Conclusioni

 

Dagli anni ’90 del XX secolo e via via più intensamente, si è assistito a un deterioramento dei diritti delle masse dei Paesi

industrializzati in nome dell’avanzamento dell’ideologia neoliberista che ha ridotto ai minimi termini tutte le altre, che siano di

destra o di sinistra. In modo particolare la destra risulta scomoda per la difesa dei concetti di patria e nazione, la sinistra per

quelli dei lavoratori, che sono lasciati in balia di quello che una volta era definito “padrone”, abbandonati dai sindacati e senza

più un partito che almeno formalmente difenda le loro istanze. Tuttavia le masse, abituate a ricevere in elargizione diritti e

tutele, non potevano accettare di venir depauperate: si erano abituati all’idea che il sistema fosse sostanzialmente “buono”.

Così, per salvare la faccia, i partiti, specialmente quelli che si vogliono far inquadrare nella sinistra progressista, hanno distolto

l’attenzione dall’impoverimento e il saccheggio dei diritti dei lavoratori spostandolo sulla difesa del “diverso”, bisognoso di

tutele maggiori in quanto fragile: minoranze etniche, razziali e di orientamento sessuale. Per perpetuare i piani economici e

finanziari si è ritenuto più facile avere masse omologate e spersonalizzate: individui sconnessi e privi di una cultura se non

quella dettata dagli interessi di un potere globalista che così può imporre i modelli del soft power, grazie al quale non fatica a

ottenere sciami di fedeli consumatori. Accade pilotando l’opinione pubblica indirettamente, con movimenti di sensibilizzazione

come quelli visti sopra, oppure direttamente, per esempio orchestrando le cosiddette “Rivoluzioni colorate”.

Si cerca spesso di delegittimare il dissenso con etichette socialmente non accettabili come “razzista” “fascista” “omobofobo”

a volte in modo totalmente gratuito riducendo la percezione della realtà a una banale contrapposizione binaria, rinnovando, in

maniera colorata e ovattata, i fantasmi del rogo dei libri compiuto dai Nazisti che bruciarono i testi ritenuti con conformi alla

loro ideologia.

Ovviamente difendere i diritti e la dignità di qualsiasi individuo, a prescindere da età, religione, etnia, razza, orientamento

sessuale e religioso, è qualcosa da ritenere fuori discussione. Tuttavia si sta sostanzialmente facendo qualcosa di diverso:

ponendo l’attenzione sui diritti delle minoranze in quanto tali, che comunque sono già sostanzialmente ritenuti inalienabili già

da decenni. Si stanno assottigliando i diritti basilari a tutti, tra cui quello alla sanità e appunto le tutele dei lavoratori. Quello che

rischia di essere fumo negli occhi non deve impedire di vedere che non ci sono libertà, uguaglianza ed equità senza un libero

dibattito e senza la tutela dei diritti fondamentali e della libertà di espressione.

Cancel culture tornado
Il tornado della cancel culture

 

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David Sciuga

Si è laureato con lode prima in Lettere Moderne poi in Filologia Moderna presso l’Università degli Studi della Tuscia. Successivamente ha conseguito il Master di II livello in Management presso la Bologna Business School. La sua tesi di laurea magistrale “La critica della civiltà dei consumi nell’ideologia di Pier Paolo Pasolini” è stata pubblicata da "OttoNovecento", rivista letteraria dell'Università Cattolica di Milano, ed è tuttora disponibile sul portale spagnolo delle pubblicazioni scientifiche Dialnet. Da giornalista pubblicista ha lavorato per il Nuovo Corriere Viterbese e per diverse testate locali, inoltre è anche blogger, aforista e critico cinematografico. Ha collaborato con il festival teatrale dei Quartieri dell’Arte e con l’Est Film Festival, di cui è stato presidente di giuria. Come manager di marketing e comunicazione ha lavorato per STS Academy, agenzia di formazione di security e intelligence. Il suo racconto "Sala da ballo" nel 2012 è stato incluso nell’antologia del primo concorso letterario nazionale "Tracce per la Meta". Sempre nello stesso anno è stato premiato con il secondo posto al Premio Internazionale di poesia “Oggi Futuro” indetto dall’Accademia dei Micenei. È stato moderatore di conferenze di geopolitica dove sono intervenuti giornalisti di rilievo nazionale. Nel 2018 ha pubblicato il suo primo romanzo "Due fratelli" con la casa editrice Lulu.com. Collabora con il web magazine "L'Undici".

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