Cleptocrazia quei pochi che governano il mondo

Cleptocrazia quei pochi che governano il mondo

Cleptocrazia è un termine che deriva dal greco Klèptos e Kratòs: Il comando nelle mani dei ladri. Più che di ladri si tratta di corrotti; di personaggi di spicco nei governi mondiali e nelle amministrazioni delle grandi società multinazionali che controllano, per lo più indirettamente, i gangli del sistema mondiale. Cerchiamo di capire, dunque, cosa si intende per Cleptocrazia e dove la possiamo riscontrare nella Storia socio-economica degli ultimi decenni.

 

 

 

IL NEOLIBERISMO.

Cleptocrazia è un termine denigratorio, un neologismo che se pur poco conosciuto sembra aver dominato lo scenario internazionale fin dagli albori dello Stato moderno.

La cultura di massa ha romanzato il concetto di Cleptocrazia ad esempio parlando degli Illuminati o dei fantomatici membri del Priorato di Sion.

Una cultura massonica che, portando avanti il progetto distopico del controllo mondiale, si sarebbe insediata nel sistema al solo scopo di soggiogarlo ai propri interessi.

Una ricerca elaborata dal Politecnico di Zurigo nel 2011  ha dimostrato che l’intricata rete di connessioni che lega le società attive nel mondo è dominata da 147 grandi enti e aziende, che in tre quarti dei casi sono istituti finanziari, confermando così le evidenze empiriche sui rapporti di forza vigenti nell’economia e nella finanza globali. Un gruppo di studiosi dei sistemi complessi hanno rilevato che un insieme estremamente ristretto di società controlla circa il 40% del valore di oltre 40’000 aziende attive in tutto il mondo.

Si potrebbe scrivere molto sul concetto di Cleptocrazia, ma ci si limiterà a fare una riflessione socio-economica che ha interessato il mondo occidentale negli ultimi decenni.

In seguito al crollo del Muro di Berlino e alla dissoluzione dell’URSS il modello occidentale del Libero Mercato e della democrazia liberale ha preso il sopravvento sul modello dello Stato comunista.

Il problema è che, in particolare con le amministrazioni di Ronald Reagan negli Stati Uniti e di Margaret Thatcher in Gran Bretagna, nel corso degli anni Ottanta dello scorso secolo, il modello liberal- democratico è stato spinto fino all’estremo della sua più radicale interpretazione.

È nato così il neo-liberismo, che ha pubblicizzato un modello di governo in cui lo Stato fosse visto come un nemico, a vantaggio dell’iniziativa economica privata e della libera espressione del cittadino.

La politica di governo di Reagan e della Thatcher fu quella di promuovere un sistema a zero controllo e zero intervento statale sull’impresa economica, sulle scelte degli individui.

Approccio che incontrò il favore popolare di massa, ma che celava un rischio che negli anni successivi si sarebbe rivelato catastrofico.

Questo sistema ha incoraggiato la visione dello Stato, che controlla e controbilancia i diversi poteri nella società, come un male da eliminare in quanto ostacolo alla libera espressione economica dell’individuo.

La conseguenza è stata che, su diretto incoraggiamento degli stessi uomini di Stato, si è progressivamente favorito un sistema parastatale fondato sul predominio delle lobbies.

Questo trasferimento di sovranità è stato anche un progressivo trasferimento di responsabilità:

dallo Stato, legittimato per definizione a espletare un potere sovrano, ad organizzazioni private nel campo della finanza, della tecnologia, dell’edilizia con cui lo Stato si è posto nella subalterna condizione di dover negoziare le proprie decisioni.

 

IDEE ECONOMICHE ALLA BASE DEL NEOLIBERISMO.

Al fondamento delle teorie neo-liberiste sta l’approccio opposto rispetto a John Maynard Keynes, ossia quello ricondotto alla scuola di Chicago di Milton Friedman allievo di Friedrich Hayek.

In “Capitalismo e libertà” Friedman elenca i capisaldi dell’approccio neoliberista:

 

Una società che mette l’eguaglianza davanti alla libertà non avrà né l’una né l’altra.

Una società che mette la libertà davanti all’uguaglianza

avrà un buon livello di entrambe.

–Milton Friedman

  • Deregulation: l’eliminazione di tutte quelle normative che limitano l’espressione privata della ricerca e dell’accumulazione del profitto individuale.
  • Privatizzazione: promuovere l’iniziativa privata d’impresa non per tutelarla, come nelle moderne costituzioni, ma per elevarla al di sopra dello Stato, ritenuto inefficiente e decisamente meno performante rispetto a qualsivoglia impresa privata, cui sarebbero dovuti essere ricondotti tutti i servizi essenziali.
  • Riduzione della spesa pubblica: tagliare i fondi alla sanità, al pensionamento e al Welfare in genere per avere un enorme sgravio fiscale.

Su questo venivano gettate le basi per una società fortemente incentrata sul capitale, piuttosto che sul lavoro, dove la deregolamentazione e la defiscalizzazione non avrebbero aiutato le classi medie e operaie, ma le multinazionali.

Dove abbiamo ricchezza di capitale il lavoro, di fatto, non viene avvantaggiato per forza di cose.

Il lavoro viene promosso e tutelato da un giusto intervento dello Stato con un proficuo sistema di pesi e contrappesi nel campo economico e finanziario.

Dire di voler ridurre le tasse in una società fortemente incentrata sul capitale, avrebbe significato mantenere tasse alte per i lavoratori, ingessare il mercato del lavoro e favorire solo i grandi gruppi industriali e le lobbies finanziarie, per le quali è facile trovare scappatoie legali al sistema fiscale.

Abbassare il livello di spesa pubblica, riducendo l’assistenzialismo al minimo, sarebbe stata la chiave non per ridurre la pressione fiscale sul ceto medio, ma per espandere il bacino d’affari delle multinazionali altamente concentrate e capitalizzate.

Privare lo Stato della propria sovranità avrebbe invece significato dare modo ai grandi gruppi di intervenire nelle processo decisionale, sostituendosi spesso all’autorità governativa.

Se non direttamente, certamente indirettamente facendo pressioni sul potere legittimo.

 

Il GERME DELLA CLEPTOCRAZIA STA NEL FUNZIONAMENTO DELLA BORSA.

È evidente che una tesi così forte debba essere suffragata da prove concrete.

Sicuramente il funzionamento della Borsa e del mercato azionario che essa governa vale molto di più di qualsivoglia fonte bibliografica.

Molte volte nella Storia economica mondiale si è assistito a momenti di forte ascesa delle borse, in situazioni nelle quali l’economia reale sembrava andare esattamente nel senso opposto.

Viene da chiedersi, ducque, perché nel pieno della pandemia da Coronavirus, mentre le attività commerciali entrano in crisi e chiudono i battenti, la produzione cala e i Paesi entrano in recessione le borse salgono?

La risposta al quesito è da ricercarsi nell’enorme liquidità in circolazione che viene immessa dalle banche centrali durante le crisi economiche.

Operazioni di immissione straordinaria di liquidità, quali ad esempio il rifinanziamento a lungo termine (LTRO) o l’emissione di titoli di Stato, sono il fulcro delle potiche fiscali espansive attuate dalle banche centrali.

Queste operazioni straordinarie si affiancano a quelle ordinarie che fanno semplicemente leva sull’abbassamento dei tassi di interesse.

Ma la domanda è: perché operazioni poste in atto per dare slancio in un momento di recessione non portano soldi al mercato reale del lavoro e della produzione, ma gonfiano i mercati delle azioni?

La risposta è certamente che le banche centrali non si assicurano che il denaro distribuito alle banche periferiche entri nell’economia reale.

Il denaro, di fatto meramente virtuale e senza valore in termini di sottostante aureo, confluisce nei dividendi degli azionisti che sono spinti a reinvestirlo e a comprare nuove quote azionarie.

Le quotazioni salgono, le aziende valorizzate in borsa pagano bene i loro azionisti e il mercato viene pervaso da una spirale di ottimismo euforico, che  nel linguaggio dell’economia comportamentale viene definito con il termine di “fallacia della mano calda”.

 

 

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Un Lancio a canestro del campione Michael Jordan

 

Con questa curiosa espressione, rubata al panorama sportivo del basket americano, si intende la fiducia cieca che eventi positivi, come la distribuzione dei dividendi, possano generare una ripetizione di altrettanti eventi positivi, inducendo a scommettere ancora.

Come un cestista dell’MBA, al terzo canestro di fila crede che non sbaglierà mai perché sente di avere la “mano calda”, così il mondo intero, vedendo le azioni salire, crede ciecamente nel mercato azionario  e ritiene inutile un intervento giusto dello Stato.

Quello che si perde di vista è spesso perfino la saracinesca del proprio negozio che sta chiudendo, o la propria forza lavoro costretta alla cassa integrazione.

 

IL CAPITALISMO NON FUNZIONA?

Non è il capitalismo a dover funzionare, ma le politiche statali che lo dovrebbero regolare.

Il capitalismo, di per sé, tenderà sempre ad accrescere il benessere di alcuni a scapito di altri. È nella sua natura.

Riprendendo le mosse dalla fortunata affermazione di Robert Reich nel saggio “Come salvare il capitalismo”, quest’ultimo non deve essere salvato, perché non è il capitalismo ad essere in crisi, ma l’idea di sovranità  dovrebbe contenerlo e regolamentarlo.

Se si permette, a quello che dovrebbe essere  un mero modello economico, di governare la vita delle persone, si arriva inevitabilmente al punto in cui ogni eventuale e tardiva misura contenitiva si rivela un falimento.

Il capitalismo è un sistema basato sul libero mercato e sulla libera circolazione di uomini, idee, capitali, mezzi e risorse di ogni tipo.

È uno strumento eccezionale se usato per la finalità del progresso delle nazioni e non delle singole realtà imprenditoriali quotate e dei capisaldi al loro comando.

Il capitalismo diventa marcio quando si trasforma in cleptocrazia e lo Stato viene ridotto a mero segretario.

Un semplice segretario costretto a registrare delle decisioni già prese da chi, di fatto, governa e controlla il mondo.

 

Bibliografia:

  • Milton Friedman, “Capitalismo e libertà”, IBL Libri, 2016, Torino
  • Robert Reich, “Come salvare il capitalismo”, Fazi editore, 2015, Roma
  • Tom Burgis, “Kleptopia: How dirty money is conquering the word”, Harper Ed, 2020

 

 

 

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Alessandro Gatti

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