Commedia all’Italiana: raccontare un Paese con il cinema

Commedia all’Italiana: raccontare un Paese con il cinema

La Commedia all’Italiana è la stagione più riconoscibile della produzione cinematografica del Belpaese e i suoi film costituiscono uno strumento formidabile per comprendere l’Italia nel Secondo Dopoguerra, risultando spesso oggi ancora molto attuali.

Le premesse storiche

L’Italia perse la Seconda Guerra Mondiale, uscendo dal conflitto in gravi condizioni. Dopo un ventennio di dittatura fascista, quella che fu una vera e propria guerra civile tra Partigiani e Fascisti quando il Paese era conteso tra Tedeschi e Alleati, spaccò il Paese. L’Italia sottoscrisse una resa incondizionata agli Angloamericani nell’Armistizio di Cassibile nel 1943. Il Paese, dopo la fine del conflitto del 1945 era distrutto, trovandosi con un’economia da far ripartire, mentre le istituzioni politiche dovevano essere riformate.

Armistizio di Cassibile
Armistizio di Cassibile

Il 2 giugno 1946 gli Italiani votarono per un referendum per la prima volta a suffragio universale per scegliere tra Monarchia e Repubblica. Vinse proprio la Repubblica. Il mondo intanto era travolto dalla “guerra fredda”, che contrapponeva il blocco atlantico e quello dei Paesi filosovietici in un crescendo di tensione. Le elezioni dell’aprile del 1948 furono ampiamente vinte dalla Democrazia Cristiana, anche grazie all’appoggio degli Stati Uniti d’America e della Chiesa, restando a lungo il partito dominante in Italia. Tuttavia il Partito Comunista Italiano era il più importante partito comunista d’Europa Occidentale, mettendo l’Italia politicamente tra due fuochi. Anche il Partito Socialista aveva un peso importante. Il Piano Marshall, un progetto di aiuti economici e finanziari messo in atto dagli Stati Uniti per sostenere la ripresa europea, da un lato favorì la ricostruzione ma dall’altro legittimò il vincolo l’Italia agli Angloamericani, la quale si vide di fatto ridotta al rango di colonia. In pochi anni l’Italia, da Paese prevalentemente agricolo, divenne una potenza industriale durante un periodo di grande crescita chiamato, che ebbe luogo tra il 1958 e il 1963. Si diffuse conseguentemente un benessere economico improvviso, che permise la diffusione di elettrodomestici, mentre l’automobile divenne mezzo di trasporto privato di larga diffusione. La televisione ebbe un impatto devastante: da un lato ebbe un ruolo fondamentale per l’unificazione linguistica e culturale del Paese e dall’altro favori enormemente il passaggio da una società agricola a una improntata sulla cosiddetta civiltà dei consumi in cui la fruizione delle merci esercitava un ruolo tale da invadere praticamente ogni aspetto dell’individuo come membro della società. L’industrializzazione rese il Nord economicamente, culturalmente e dal punto di vista delle infrastrutture al livello dei Paesi più sviluppati d’Europa, mentre il resto del Paese restava grossomodo in una condizione di disavanzo, favorendo una migrazione di massa dal Sud al Nord, soprattutto nelle grandi città industriali come Milano e Torino.

Le origini del movimento cinematografico

Il Neorealismo è stato una corrente filmica che si impose nel Secondo Dopoguerra che incentrava la sua poetica nell’aderenza al vero e all’impegno morale. Esso preferiva il dialetto all’italiano e gli attori di estrazione popolare a quelli di formazione accademica. Pellicole di Vittorio De Sica come “Sciuscià”, “Ladri di Biciclette”, “Miracolo a Milano” e “Umberto D.”, vengono considerati capolavori universali del cinema. Il genere dominante era quello drammatico ma non si disdegnavano contaminazioni con il comico. Lo stile era asciutto, con pochi movimenti di macchina e predilizione per lunghi piani sequenza: tutte scelte che non facilitano una visione dei film che fosse agevole per il grande pubblico. La censura, dovuta al fatto che sovente si trattavano temi politici caldi e scomodi, spesso rendeva più difficile la circolazione delle opere. Queste ragioni, unite alla ricerca da parte del pubblico di maggiore distensione, portarono alla nascita della Commedia all’Italiana. Essa si poneva dunque sullo stesso solco del Neorealismo, pur dando alle pellicole una struttura diegetica più articolata e maggiore brio. Federico Fellini, considerato da larga parte della critica tra i più grandi registi di tutti i tempi, si mosse a partire da questo contesto ma trovò una propria personale via caratterizzata dalla forte impronta onirica.

Caratteristiche e percorso della Commedia all’Italiana

Il genere della Commedia all’Italiana nacque nella seconda metà degli anni ’50 e comunemente I Soliti Ignoti, diretto da Mario Monicelli nel 1958, ne viene considerato il capostipite. La pellicola parla di un gruppo di improbabili aspiranti ladri che preparano un colpo capace di cambiare le loro vite.

Locandina de I Soliti Ignoti
Locandina de “I Soliti Ignoti”

Le pellicole del periodo sono lavori essenziali in cui la mano dei registi, come i comunque apprezzabili Mario Monicelli, Ettore Scola, Elio Petri, Pietro Germi, il già menzionato Vittorio De Sica che abbracciò la nuova corrente, spesso non è particolarmente evidente. Essi invece poggiano maggiormente, più similmente a quanto accade nel teatro, su una solida scrittura da parte di sceneggiatori come Steno, Cesare Zavattini e Age e Scarpelli, e sul carisma di alcuni grandi interpreti come Vittorio Gassman, Marcello Mastroianni, Nino Manfredi e Sofia Loren, mentre attori come Alberto Sordi e Totò furono degli eccellenti caratteristi. A tal proposito è significativo lo screzio che Manfredi ebbe con Sordi dopo che disse che quest’ultimo nei suoi film interpretava sempre se stesso. L’attualità e i fatti di cronaca ero spesso delle fonti d’ispirazione, fornendo una fotografia brillante ma impietosa dell’evoluzione del Paese. Spesso si partiva da uno spunto reale e lo si rendeva leggero e divertente, con intrighi amorosi, truffe e equivoci, per poi talvolta approvare a una conclusione amara in cui anche il protagonista poteva non solo cadere in miseria ma anche morire. L’ambientazione era realistica e a fare da cornice erano non solo le grandi città italiane come Roma (che comunque faceva la parte del leone essendo la sede degli studi di Cinecittà), Milano e Napoli ma anche in città minori. Tra il Neorealismo e la Commedia all’Italiana si hanno capolavori ammirati e apprezzati in tutto il mondo, e nei confronti dei quali anche alcuni grandi cineasti americani della New Hollywood espressero ammirazione e riconobbero il proprio debito. Il nuovo genere che prese il largo in quel periodo aveva il grande merito di invitare il pubblico a compiere un esercizio critico mettendo in discussione le opinioni e i valori dominanti della società. Soprattutto nelle prime pellicole era frequente una struttura a episodi, come in “Ieri Oggi Domani” altro grande lungometraggio dei primordi del movimento. 

Celebre scena di Ieri Oggi Domani con Marcello Mastroianni e Sophia Loren
Celebre scena di Ieri Oggi Domani con Marcello Mastroianni e Sophia Loren

 

Il filone prende il nome da “Divorzio all’Italiana”, pellicola del 1961 di Pietro Germi con Marcello Mastroianni, che affronta il tema, allora al centro di uno scottante dibattito che portò alla liberalizzazione del divorzio in Italia con il noto referendum del 1970, a conferma dell’attenzione dei cineasti dell’epoca per i mutamenti del Paese reale.

Divorzio all'Italiana, scena con Marcello Mastroianni e Stefania Sandrelli
Divorzio all’Italiana, scena con Marcello Mastroianni e Stefania Sandrelli

I film spesso erano opere corali con più protagonisti che stavano tutti sullo stesso piano, mentre nemmeno i personaggi secondari erano privi di una riconoscibile caratterizzazione. La trama sovente era priva di una forte coesione interna e i bozzetti si susseguono facendo leva su scambi di battute brillanti e salaci e sul gusto del tratteggio di situazioni divertenti da raccontare. Il pubblico poteva spesso riconoscersi nelle loro furberie, nei loro vizi e nelle loro debolezze. I costumi degli italiani del boom economico vengono presi di mira con “I Mostri”, pellicola a episodi sui vizi diffusi del popolo italiano e “Signore e Signori”, dove la doppia morale degli esponenti più in vista di una città della provincia italiana (non viene nominata ma è ben riconoscibile dalle inquadrature Verona) viene messa alla berlina e “Il Boom”, ennesima grande prova di Vittorio De Sica incentrata su un aspirante “palazzinaro”, a cui presta il volto e le movenze Alberto Sordi, che fatica a reggere il passo di un esoso tenore di vita. “Il Sorpasso” di Dino Risi segue lo stesso tema ma sposta l’ambientazione a Ferragosto, focalizzando la narrazione sul rapporto tra il rampante Bruno, un Gassman che conferma di essere a suo agio nelle parti di personaggi estroversi e a volte gradassi, e il timido e più giovane Roberto. Nasce una bella amicizia tra i due, dalla quale anche il più arrembante dei due troverà il modo di crescere e imparare dall’altro, in una storia leggera che però si tinge di toni drammatici. “C’eravamo Tanto Amati” di Ettore Scola segue le vicende di tre amici che cimentano il loro rapporto alla fine della Seconda Guerra Mondiale, per poi trovarsi circa trent’anni dopo ad avere uno sguardo disilluso sul loro percorso, in cui solo il più cinico e spregiudicato tra loro è riuscito a compiere l’agognato salto socio-economico che negli anni del “boom” sembravano essere alla portata di chiunque. È il canto del cigno di un periodo straordinario. 

I protagonisti di C'eravamo Tanto Amati
I protagonisti di C’eravamo Tanto Amati

 

Sviluppi successivi alla Commedia all’Italiana

Quando i grandi maestri di quella stagione cinematografica vennero meno non trovarono dei degni successori. “Quando vuoi vincere le prossime Olimpiadi, non selezioni perla tua squadra nazionale i figli dei vecchi campioni olimpionici. Dal punto di vista della società, è sbagliato che una minoranza di privilegiati abbiano tanti mezzi senza dovere lavorare per meritarseli”: questa dichiarazione di Bill Gates fotografa benissimo quanto accaduto al cinema italiano. Bisogna chiarire che in Italia e non solo sono purtroppo molti gli ambiti chiusi, in cui certe posizioni sono occupate dalle stesse famiglie che di generazione in generazione occupano le stesse posizioni e il cinema è uno degli ambienti più chiusi. Nello specifico molti grandi autori e interpreti lasciarono letteralmente il posto a figli e discendenti dotati non necessariamente di minore impegno e passione, ma di ben inferiore ispirazione e “urgenza espressiva”. Tuttavia, pur mutando nel tempo le premesse e gli stili dominanti, l’onda lunga di quella fortunata stagione filmica continuò inevitabilmente a influenzare il modo di fare cinema in Italia, spesso però stemperando i suoi tratti distintivi migliori.

Cast di alcune delle più note commedie italiane degli anni '80
Cast di alcune delle più note commedie italiane degli anni ’80

Gli anni ’80 si caratterizzarono per l’emergere delle televisioni private, che facevano leva su un intrattenimento immediato e spicciolo che puntava soprattutto a permettere agli spot pubblicitari di raggiungere la platea più vasta possibile. In televisione arrivò la comicità da cabaret, che faceva leva su sketch immediati che riprendevano le caratterizzazioni regionali rendendole vere e proprie maschere. La commedia latina di Plauto con il personaggio del Servus Callidus, lo schiavo pratico, astuto e intrallazzino che con i suoi intrighi e le sue beffe costituisce il motore della vicenda, rappresenta una fonte d’ispirazione ancestrale che diventa via via più pallida. Il cinema socialmente impegnato che trovò in Elio Petri uno dei suoi migliori autori, anche grazie al sodalizio con il grande Gian Maria Volontè che ha fatto la fortuna di titoli come “Indagine Su Un Cittadino Al Di Sopra Di Ogni Sospetto” e “La Classe Operaia Va in Paradiso”, lasciava sostanzialmente il passo a pellicole più leggere. Si fece infatti largo un clima di disimpegno politico che ha seguito quello delle tensioni della Contestazione Giovanile del ’68, quello del meno noto ma comunque importante Movimento del Settantasette che ha coinvolto la classe operaia e degli eventi drammatici durante gli Anni di Piombo. Già nei primi anni ’70 la commedia sexy all’Italiana puntava su una comicità facile e la presenza di svestite attrici attraenti  per ancorare il pubblico al cinema, facendo leva sui desideri maschili in un periodo in cui era permesso parlare in modo più esplicito e a volte anche pruriginoso di sesso e eros. Lino Banfi fu il volto comico più noto di questo filone, facendo valere la sua verve anche in film tra la commedia e il comico di cui “Vieni Avanti Cretino” del 1982, diretto da Luciano Salce ma cucito su misura per lui, costituisce uno degli esempi più riusciti.  Nel 1983 escono nei cinema “Sapore di Mare”, diretto e sceneggiato dai fratelli Vanzina e impreziosito da una memorabile prestazione di Virna Lisi, già protagonista di varie pellicole della Commedia all’Italiana, e “Vacanze di Natale”, quasi la sua versione invernale. I film vennero rivalutati a posteriori come non di rado accade, ricevendo una lettura più profonda di quanto meritassero. Si tratta comunque di titoli che, combinando gli esempi della Commedia all’Italiana con i toni leggeri e grossolani di certa comicità di moda in quel periodo a degli spunti presi da American Graffiti, commedia di formazione di George Lucas del 1973, creano una miscela che ha la sua dignità e che funziona grazie alla freschezza che avevano ancora certe idee, che poi divennero stantie e appesantite nei tristemente noti “cinepanettoni”. La satira sociale trova in Fantozzi, uno dei suoi migliori esempi: la prima e la seconda pellicola della serie costituiscono due piccoli capolavori. Anche qui, come in tanti casi, la piega commerciale nel tempo ha portato a epigoni che risultano essere pallide caricature degli originari. Paolo Villaggio, autore dapprima di Fantozzi come opera letteraria portando poi il personaggio al cinema con la sua iconica interpretazione, legò imprescindibilmente la carriera alla sua maschera più famosa, riproponendolo in vesti e nomi diversi, spesso senza lo stesso esito felice. Negli anni ’80 Carlo Verdone si impose al pubblico portando al cinema i suoi personaggi romani, cercando poi successivamente a fatica di affrancarsi dalle maschere che fecero la sua fortuna. All’incirca nello stesso periodo Roberto Benigni e Massimo Troisi incanalarono la loro vis comica in commedie che sono quasi un pretesto per fornire al loro estro un palcoscenico sul grande schermo. “Non ci resta che piangere” del 1984 ha mostrato che i due potevano benissimo funzionare anche in coppia senza pestarsi i piedi. Resta il fatto che  personaggi dei film successivi alla Commedia all’Italiana in linea di massima diventarono presto prevedibili macchiette, spesso ancorate a luoghi comuni e a una forte caratterizzazione regionale, poggiando su schemi triti e tormentoni. A fronte di tanto cinema commerciale di grana grossa, è continuata l’attività di un cinema d’autore non di rado legato a posizioni considerate di sinistra, spesso percepito come noioso e astruso, privo di brio e forse di una volontà di dialogare dal pubblico, diventato espressione di un’alta borghesia che ama autoetichettarsi come migliore della società di cui fa parte. Non mancano comunque felici eccezioni ma il cinema italiano, e non solo quello, in un periodo di forte concorrenza subita da parte delle serie trasmesse dalle piattaforme di streaming online, fatica a trovare produttori che vogliano rischiare investendo in nuove idee e a emanciparsi da triti cliché. Di certo non ha aiutato a trovare finanziamenti né a avvicinare nuovo pubblico alle sale la recessione economica che si è verificata dopo il 2000 in concomitanza con il passaggio alla moneta unica.

Considerazioni finali

Ogni produzione artistica è inevitabilmente legata al clima culturale e storico che l’ha prodotta e il cinema non fa eccezione. I personaggi della commedia all’italiana posso essere guardati negli occhi dal loro pubblico: non hanno nulla di eroico e spesso sono anche ridicoli e meschini. Nella narrazione non c’è quell’epicità che pervade tipicamente il cinema americano e non solo nelle sue produzioni più commerciali e rassicuranti. Si fa infatti leva su un innegabile pregio degli Italiani: il saper ridere dei propri difetti. Così caratteristiche come l’ipocrisia e la cialtroneria vengono senza remore messi impietosamente alla berlina. La redenzione di questi personaggi con più mancanze che qualità positive è spesso irrealizzabile. Si passa così da soggetti incentrati su un disteso clima di beffe colorite e scanzonate a un’amara rassegnazione di fondo che suggerisce l’idea che certe situazioni non possano cambiare. Quelli proposti sono spesso siparietti quasi deprimenti, a volte anche quando sono parte di grandi capolavori. La consapevolezza di essere parte di un Paese sconfitto e dominato gioca indubbiamente la sua parte nella sedimentazione di questo retrogusto amaro. Questa grande stagione artistica ha comunque un merito non da poco: polverizzare impietosamente quella che il filosofo tedesco Hegel chiamava “pappa del cuore”. Il pubblico viene messo in guardia dalla vera natura delle false promesse di uguaglianza e imparzialità e sugli egoismi che soggiacciono alla facciata ipocrita sbadierata da buonismo, perbenismo e moralismo. Il cinema non è solo evasione e i grandi maestri del cinema italiano dell’epoca lo sapevano bene. I cineasti di quel periodo riuscirono, potendo contare su mezzi relativamente esigui ma con dalla loro parte la forza delle idee, nell’impresa di innalzare il cinema italiano da provinciale a universale.

Riferimenti

Storia del cinema e del film, David Bordwell e Kristin Thompson, Editrice Il Castoro S.r.l., Milano, 1998

L’altra Storia d’Italia, Lamberto Rimondini, Arianna Editrice, Bologna, 2022

https://www.istitutostorico.com/il_dopoguerra_e_gli_anni_del_boom_economico

https://www.cinescuola.it/storia/storia-del-cinema-italiano/la-commedia-all-italiana/

https://www.mymovies.it/cinemanews/2009/16629/

 

 

 

 

 

Vittorio Gassman e Marcello Mastroianni, simboli della Commedia all'Italiana
Vittorio Gassman e Marcello Mastroianni, simboli della Commedia all’Italiana
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David Sciuga

Si è laureato con lode prima in Lettere Moderne poi in Filologia Moderna presso l’Università degli Studi della Tuscia. Successivamente ha conseguito il Master di II livello in Management presso la Bologna Business School. La sua tesi di laurea magistrale “La critica della civiltà dei consumi nell’ideologia di Pier Paolo Pasolini” è stata pubblicata da "OttoNovecento", rivista letteraria dell'Università Cattolica di Milano, ed è tuttora disponibile sul portale spagnolo delle pubblicazioni scientifiche Dialnet. Da giornalista pubblicista ha lavorato per il Nuovo Corriere Viterbese e per diverse testate locali, inoltre è anche blogger e critico cinematografico. Ha collaborato con il festival teatrale dei Quartieri dell’Arte e con l’Est Film Festival, di cui è stato presidente di giuria. Come manager di marketing e comunicazione ha lavorato per STS Academy, agenzia di formazione di security e intelligence. Il suo racconto "Sala da ballo" è stato incluso nell’antologia del primo concorso letterario nazionale "Tracce per la Meta". Successivamente è stato premiato con il secondo posto al Premio Internazionale di poesia “Oggi Futuro” indetto dall’Accademia dei Micenei. È stato moderatore di conferenze di geopolitica dove sono intervenuti giornalisti di rilievo nazionale. L'animal fantasy "Due fratelli" è il suo primo romanzo, pubblicato con la casa editrice Lulu.com, a cui segue il romanzo di formazione "Come quando ero soldato". Collabora con il web magazine "L'Undici". Parla correttamente l'inglese, possiede elementi di francese e tedesco.

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