Intervista a Yoon C. Joyce: uno sguardo cosmopolita al cinema

Intervista a Yoon C. Joyce: uno sguardo cosmopolita al cinema

Yoon Cometti, in arte Yoon C. Joyce, è un nome che può non dire molto alla persona media, ma gli appassionati di cinema

possono riconoscere un ottimo attore dal prestigioso curriculum dove brillano partecipazioni in film di primo piano sia in Italia

che negli Stati Uniti.

Nato a Seoul ma italiano d’adozione, 40 pellicole nel suo background artistico, nel 2020 ottiene la candidatura per il Premio

Vincenzo Crocitti International nella categoria “Attore In Carriera Internazionale” che vince a coronamento di un percorso

artistico che ha molte pagine ancora tutte da scrivere. Il suo bagaglio di esperienze, il suo acume e la sua indole curiosa e

attenta lo rendono la persona più adatta per capire come sta evolvendo il cinema.

 

 

Com’è nata la passione per la recitazione e come hai mosso i primi passi?

Yoon C. Joyce davanti all'obiettivo fotografico, scatto di Davide Fazio
Yoon C. Joyce davanti all’obiettivo fotografico, scatto di Davide Fazio

Ho vissuto in contesti internazionali all’estero in diversi Stati del mondo a causa del lavoro di mio padre (Arabia Saudita,

Austria, Algeria ecc..) con soggiorni che duravano al massimo tre anni, per poi stabilirmi a Bergamo all’età di 16 anni. Mi

avvicinai al teatro per pura curiosità ludica, eppure presto sarebbe diventata la mia via di fuga dal disagio che mi avrebbe

provocato la decisione di stabilirci definitivamente in Italia. Avevo vissuto in scuole internazionali, dividendo il banco con

bambini provenienti da tutto il mondo: africani, americani, thailandesi… Non mi ero mai sentito diverso dagli altri fino a quando

iniziai a vivere a Bergamo, la mia città adottiva. Iniziai ad avere problemi d’identità e subii molti atti di bullismo, l’adolescenza

per me non fu facile da affrontare oltretutto a causa del pessimo rapporto con il mio padre adottivo che da sempre mal

sopportava la mia passione per pittura e teatro. Mi obbligò a frequentare una scuola per geometri, ma trovai un compromesso

e visto che il lavoro lo portava a stare anche mesi lontano da casa il pomeriggio andavo a Milano a sua insaputa per

frequentare corsi di teatro: fu quella la mia vera terapia. Lungi dall’essere collegata al cinema. Nel frattempo crescevo e

lentamente mi resi conto che il teatro non mi avrebbe dato molti sbocchi sempre a causa della mia etnia. La settima arte

italiana a quell’epoca pareva essere riservata solo ai caucasici, un conto era la formazione, altra cosa una rappresentazione

remunerata in teatri di prestigio. Una volta diplomato compresi che non c’era posto per me in Italia e me ne andai negli Stati

Uniti, prima Los Angeles, poi New York dove mi iscrissi a due importanti Accademie d’Arte Drammatica ed ebbi modo di avere

Susan Strasberg come insegnante. Accolsi il metodo Strasberg quasi fosse una rivelazione portata dal karma, ma iniziai a

comprendere che per poter dimostrare ad un pubblico più ampio di essere un attore in grado di interpretare qualsiasi ruolo

senza cadere in stupidi stereotipi avrei dovuto puntare tutto sul cinema, quello di qualità ovviamente, perché la visibilità

sarebbe centuplicata. E così, continuando a lavorare la sera come cameriere e saltuariamente come caddy sui campi da golf,

mi trovai un’Agenzia e iniziai a partecipare ai casting.

 

Yoon in sala posa
Yoon in sala posa, scatto di Davide Fazio

Hai girato tutto il mondo, ma dove ti senti più a casa?

 

Dopo aver trascorso i primissimi anni a Bergamo, città dei miei genitori, ed esserci tornato a più riprese, ho vissuto in Arabia

Saudita e Algeria, dove mi esprimevo parlando sia in Inglese che Francese, in Austria vivendo in tre città diverse, ho vissuto a

Napoli un anno per poi stabilirmi infine a Bergamo. Mi sento al contempo cittadino del mondo e italiano. Il problema legato alla

differenza etnica me lo sono trascinato di continuo, ma ho compreso che è un elemento marchiato a fuoco in qualche angolo

dell’animo umano e il cinema può essere semplicemente un mezzo per poterlo demonizzare ed eviscerare almeno

concettualmente. Tuttavia la mia cultura e la mia lingua madre sono italiane, questo è il Paese che per me è casa. Comprendo

che il Belpaese stia attraversando un momento di crisi per molte ragioni, ma desidererei che superasse queste difficoltà

scrollandosi di dosso alcune peculiarità forse anche culturali che lo rendono per certi aspetti ancora arretrato.

 

Come ci si libera dai ruoli da caratterista?

 

Quello di restare intrappolato in un ruolo fu per il sottoscritto un grosso rischio: sono riuscito a liberarmi dai ruoli stereotipati

che agli esordi ricevevo con tanto lavoro e tanta determinazione. Venni ripetutamente scoraggiato ad intraprendere la strada

del cinema a causa della mia etnia ma questo non bastò a scoraggiarmi. Cuoco cinese, maestro di arti marziali cinese, mafioso

giapponese (tutti che parlavano con la “L” al posto della “R”: questo mi veniva proposto) così quando nello storico programma

televisivo Mai Dire Gol mi venne offerta l’opportunità di esorcizzare questa condizione con personaggi asiatici che di puntata in

puntata cambiavano mantenendo un comun denominatore ovvero quello di esplodere cominciando a parlare in dialetto

bergamasco dopo essere stato messo alle strette in situazioni demenziali.

L’esperienza durò per un paio d’anni portando una certa notorietà, ma non il tipo di notorietà a cui ambivo. Continuai così a

studiare e partii per gli Stati Uniti per perfezionarmi: là mi si aprì un mondo.

 

Primo piano di Yoon, scatto di Davide Fazio
Primo piano di Yoon, scatto di Davide Fazio

La formazione all’Actor’s Studio di New York costituisce effettivamente una marcia in più per le qualità recitative? Quali sono le peculiarità del suo approccio?

 

Mi iscrissi dapprima alla New York Film Academy di Los Angeles, poi partecipai a una selezione per l’Actor’s Studio, con in palio

una sorta di borsa di studio agli stages esterni che conduceva personalmente Miss Susan Strasberg (la figlia del fondatore Lee

Strasberg) che ricordo con affetto e che mi ha trasmesso grandi insegnamenti. Questa esperienza formativa negli Stati Uniti fu

per me molto importante, permettendomi di affinare le mie capacità recitative in un contesto di professionisti di altissimo

livello.

Primo piano di Yoon C. Joyce
Primo piano di Yoon C. Joyce, scatto di Davide Fazio

Hai lavorato sia in produzioni italiane che statunitensi. Potresti raccontare le differenze tra queste esperienze?

 

In Italia ho faticato molto e un punto di svolta per me fu aver preso parte a una commedia di Pieraccioni Ti Amo in Tutte le

Lingue del Mondo: ebbi la grande occasione di recitare in italiano in un ruolo considerevole, quello di un giapponese che a

differenza di tutti gli altri personaggi che parlavano con varie cadenze dialettali, parlava un perfetto italiano.

Successivamente ebbi modo di prendere parte a Kundun di Martin Scorsese, una produzione di alto profilo diretto da un

maestro del cinema, con cui lavorai anche in Gangs of New York. Venni poi diretto da un altro grande regista come Ridley Scott

nella sua opera The Vatican nel cast principale: queste partecipazioni mi inserirono in un contesto cinematografico

internazionale, che tuttora mi permettere di avere la libertà artistica di scelta di cui avevo bisogno per esprimermi in progetti

stimolanti e che sento a me vicini. Negli Stati Uniti non è tutto oro ciò che luccica ma c’è grande professionalità e accortezza per il talento.

L’Italia vanta un passato invidiabile, cinematograficamente parlando, fu un Paese innovatore grazie a grandi maestri, ma in

questo momento è diventata ardua impresa proporre idee nuove e progetti che siano facilmente esportabili. Troppo spesso ci

si fossilizza su schemi collaudati ormai stantii e ci si rifugia in facili stereotipi.

Voglio confidare nella spinta propulsiva che già ora sta partendo dalle nuove generazioni per arrivare anche in Italia a un

cinema più dinamico e maggiormente in grado di mettersi in discussione.

 

Tra i tanti maestri del cinema con cui ha lavorato quali ti hanno più segnato?

 

Senza ombra di dubbio un grande riferimento per il sottoscritto è stato Martin Scorsese con cui ho avuto la fortuna di lavorare

due volte, ma certamente quello che mi ha segnato maggiormente è stato Ridley Scott che a prescindere dai capolavori che ha

regalato (Alien, Blade Runner, Il Gladiatore…) ha uno stile nella direzione degli attori davvero incredibile e che io adoro. In realtà

posso considerare “maestri” anche esimi colleghi con cui ho diviso la scena come Leonardo Di Caprio, Ewen Bremnen,

Rebecca Ferguson, Kyle Chandler.

Su set di "The Vatican" con Ridley Scott
Su set di “The Vatican” con Ridley Scott

Un altro grande regista con cui ho avuto l’onore di  lavorare è stato Park Chan Wook (regista

del celebre e controverso Old Boy)

Sul set di A Rose Reborn con il regista Park Chan-wook
Sul set di A Rose Reborn con il regista Park Chan-wook
Yoon Cometti Joyce con il Premio Oscar Leonardo di Caprio
Yoon Cometti Joyce sul set con il Premio Oscar Leonardo Di Caprio

 

Sei attivo anche come scrittore ed “Elhoim, tuo esordio letterario, esplora tematiche affascinanti recentemente oggetto di un dibattito più esteso tra religione, scienza e altro ancora. Ci racconti cosa rappresentano questi temi per te e come ti hanno ispirato alla stesura del tuo romanzo?

 

Amo raccontare storie trasmettendo emozioni e per farlo la recitazione è il mezzo ideale, ma apprezzo anche altre forme come

la letteratura e la pittura (grazie alla quale ho fatto molte mostre per l’Italia, la più importante è certamente quella a Venezia nel 2016).

Yoon è attivo anche come pittore
Yoon è attivo anche come apprezzato pittore
"Riflessi d'Innocenza", dipinto di Yoon C. Joyce
“Riflessi d’Innocenza”, dipinto di Yoon C. Joyce
La regista Rossella Izzo posa con un dipinto ricevuto in regalo da Yoon
La regista Rossella Izzo posa con un dipinto ricevuto in regalo da Yoon

In realtà questo romanzo nacque come script per un film che purtroppo non ha mai visto luce. Non volevo gettare al vento tre

anni di ricerche e studi, così in un pomeriggio d’autunno decisi che ne avrei fatto un romanzo, con tutti gli accorgimenti e le

modifiche che avrebbe comportato. La storia parte dal mio interesse per teorie che mi affascinano molto e che cercano di dare

nuove risposte alla natura e alle origini dell’umanità. Eppure la vicenda narrata trae ispirazione da un mio sogno, fatto durante

una notte piuttosto agitata, un sogno stranissimo come mi capita a volte di fare. Anche i sogni possono essere straordinarie

fonti d’ispirazione.

Elohim, romanzo di Yoon Cometti
Elohim, romanzo di Yoon Cometti

 

Questo periodo è durissimo per i lavoratori dello spettacolo. Come uscire da questo momento difficile e come sta cambiando il cinema?

 

Il periodo di lockdown che ha bloccato le uscite dei film nelle sale cinematografiche è stato un imprevisto difficile che ha

messo in difficoltà molti lavoratori del nostro settore, tuttavia da una certa angolazione si può rivelare una nuova, stimolante,

opportunità. Le sale cinematografiche hanno ricominciato a riaprire i battenti ma per mesi il loro spazio è stato sostituito dalle

piattaforme di web streaming come Netflix e ciò costringerà inevitabilmente il cinema ad un adeguamento, ma spero che sia da

stimolo per un’evoluzione anziche un’involuzione. In tutto questo io non mi sono mai fermato. Dopo aver trascorso otto mesi in

Spagna nel 2020 sul set di una nuovissima serie di fantascienza spagnola dal titolo “Paraiso” diretto da Fernando Gonzalez

Molina (pensa un po’ il regista del remake spagnolo del film italiano “Tre metri sopra il cielo” in onda sul canale Movistar+ dal 4

Giugno 2021, da poco sono rientrato dal Nepal dopo aver iniziato a girare un film d’avventura (prendete come riferimento “Il

libro della Giungla”) dal titolo provvisorio “Tiger’s Nest” e sono tornato sul set in Spagna per la seconda stagione di “Parais”

 in cui interpreto il tenente di una squadra (tipo SWAT americana) d’assalto spagnola con sigla U.C.O. che aprirà spiragli su una

dimensione fra il mondo dei vivi e il mondo dei morti.

Sul set della serie  "Paraiso" con il regista Fernando Gonzalez Molina e Macarena Carcìa
Sul set della serie “Paraiso” con il regista Fernando Gonzalez Molina e Macarena Carcìa

Nessun riferimento alla mia etnia, il mio personaggio non deve spiegare il perché parla spagnolo correttamente, è come se Will

Smith comandante di un’astronave spaziale dovesse spiegare che i suoi antenati emigrarono in America negli anni ’60 e

pertanto parla inglese senza inflessioni. Sarebbe ridicolo vero? Bene, è ciò che

i miei personaggi in Italia sinora hanno dovuto fare. Giustificare la loro presenza nella storia, una tristezza disarmante.

Quello di “Paraiso” è uno dei ruoli più elettrizzanti e sconvolgenti che mi siano stati offerti nella mia carriera.

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Locandina della serie “Paraiso”

Il pubblico aveva già preso confidenza con questa nuova modalità di fruizione, con prodotto variegati e di stampo

internazionale, e ora tenderà a pretendere di trovare anche in sala una qualità simile, concept non siano più ancorati a vecchi e

collaudati schemi. Osare maggiormente diventerà un’esigenza concreta per accattivare il nuovo pubblico: siamo forse alle

porte di un nuovo rinascimento cinematografico.

 

Grazie Yoon per il tempo concesso e per questa interessantissima chiacchierata.

 

Yoon Cometti Joyce

 

 

 

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David Sciuga

Si è laureato con lode prima in Lettere Moderne poi in Filologia Moderna presso l’Università degli Studi della Tuscia. Successivamente ha conseguito il Master di II livello in Management presso la Bologna Business School. La sua tesi di laurea magistrale “La critica della civiltà dei consumi nell’ideologia di Pier Paolo Pasolini” è stata pubblicata da "OttoNovecento", rivista letteraria dell'Università Cattolica di Milano, ed è tuttora disponibile sul portale spagnolo delle pubblicazioni scientifiche Dialnet. Da giornalista pubblicista ha lavorato per il Nuovo Corriere Viterbese e per diverse testate locali, inoltre è anche blogger, aforista e critico cinematografico. Ha collaborato con il festival teatrale dei Quartieri dell’Arte e con l’Est Film Festival, di cui è stato presidente di giuria. Come manager di marketing e comunicazione ha lavorato per STS Academy, agenzia di formazione di security e intelligence. Il suo racconto "Sala da ballo" nel 2012 è stato incluso nell’antologia del primo concorso letterario nazionale "Tracce per la Meta". Sempre nello stesso anno è stato premiato con il secondo posto al Premio Internazionale di poesia “Oggi Futuro” indetto dall’Accademia dei Micenei. È stato moderatore di conferenze di geopolitica dove sono intervenuti giornalisti di rilievo nazionale. Nel 2018 ha pubblicato il suo primo romanzo "Due fratelli" con la casa editrice Lulu.com. Collabora con il web magazine "L'Undici".

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