Digital Services Act, assedio dell’Unione Europea alla libertà di internet

Digital Services Act, assedio dell’Unione Europea alla libertà di internet

Si aprono le porte a grandi novità con l’entrata in vigore di questo nuovo trattato volto a cambiare la fruizione di internet con considerevoli rischi per la libertà d’espressione.

Si tratta di un pacchetto di regolamenti che riguarda 19 grandi piattaforme online  tra cui Google, Facebook, Instagram, YouTube, LinekdIn, TikTok, Twitter, Wikipedia, Snapchat, Bing. L’atto è stato redatto dal Commissario Europeo per l’Agenda Digitale Margrethe Vestager e dal Commissario Europeo per il Mercato Interno Thierry Breton, in qualità di membri della Commissione Europea presieduta da Ursula Von der Leyen. Il D.S.A. è stato approvato il 19 ottobre 2022 e reso operativo a partire dal 27 giugno 2023. Il fine dichiarato è la tutela degli utenti dai contenuti illegali, capaci di incitare all’odio o di distribuire prodotti illeciti, secondo il principio per cui “ciò che è illegale offline deve essere illegale anche online”, limitando allo stesso tempo lo strapotere delle grandi aziende che hanno assunto un peso specifico notevole su internet. Il distinguo del pacchetto avviene in sostanza per filtri di tipo politico, sulla base di quanto viene impartito da enti sovranazionali i cui membri sono eletti da nessuno. Quanto detto implica che ogni contenuto che può esser interpretato come non in linea con la versione istituzionale di un dato indirizzo rischia di andare incontro alla censura. Nocciolo fondante della questione è l’aspetto giuridico della vicenda nella misura in cui la responsabilità della rimozione di contenuti reputati non idonei alla circolazione non spetterebbe a persone individuabili, bensì a degli algoritmi matematici: si delega ancora una volta alla fredda intelligenza artificiale una mansione per cui in nessun caso quest’ultima dovrebbe essere utilizzata. Si ricorda che in passato i limiti di questo tipo di scelta hanno prodotto risultati grotteschi e ridicoli. Per esperienza diretta risulta poi facile immaginare che molte rimostranze, comunicate attraverso asettici moduli online, verrebbero facilmente ignorate. I criteri di valutazione non vengono specificati e questa mancanza di chiarezza non appare casuale. Spetterebbe comunque al Comitato Europeo dei Servizi Digitali definire le relative direttive. La responsabilità quindi ricadrebbe su un ente i cui membri vengono scelti per cooptazione, dato che l’organo sarebbe sotto la giurisdizione della Commissione Europea. Nemmeno il concetto di “fonte attendibile” è stato definito, per cui ancora una volta la selezione di quella che potrà appunto considerarsi un riferimento affidabile verrebbe effettuata sulla scorta delle direttive dell’onnipresente quanto dispotica e poco trasparente Commissione Europea, che si ricorda essere un’istituzione i cui membri non vengono definiti da nessuna elezione popolare. Nel testo si ravvisa che in tempi di crisi bisognerebbe adottare con solerzia determinate misure specifiche. Ancora una volta le suddette emergenze, vere o presunte, sarebbero il grimaldello per scardinare lo stato di diritto e avallare privazioni di prerogative fondamentali: nel caso specifico sarebbe la libertà d’espressione il diritto pronto a essere sacrificato sull’altare del bene comune. Il pacchetto, orientato a  decisa limitazione dei contenuti, potrebbe andare oltre con una censura monocratica ancor più asfittica e oppressiva di quanto si sia già fatta esperienza nell’era di internet. La figura del delatore, storicamente un alleato importante nei regimi dittatoriali, verrebbe poi vestito di un ruolo importante per cui il segnalatore potrebbe essere identificato. In caso di crisi l’UE potrebbe avere facoltà di richiedere “adozione di misure di sensibilizzazione” e “promozione di informazioni affidabili”, in altre parole verrebbe esplicitamente legalizzata la propaganda ma questo di per sé è quel che i media fanno da quanto esistono pur con una crescente intensità e veemenza. Chi contravviene a questo regolamento verrebbe prima avvertito e poi subito sospeso dalla relativa piattaforma. Le aziende colpevoli di questi presunti illeciti subirebbero una riduzione delle entrate pubblicitarie. Resterebbe da definire l’ente deputato alle operazioni nei singoli Paesi dell’UE. Internet di fatto è l’unica area pubblica dove è possibile la libera circolazione di idee e contenuti e più volte si è tentato di arginare questa libertà, come in Italia nel caso della cosiddetta “Legge Bavaglio” o “Legge Ammazza-Blog” del 2007, poi riproposta senza successo nel 2011 e nel 2013, cioè il disegno di legge Levi-Prodi, che era disposto a limitare la circolazione di notizie e informazione su internet. In seguito a un tam-tam di disapprovazione sulla rete i tentativi risultarono vani. L’Unione Europea invece ha dato seguito all’obiettivo di recintare internet in modo indisturbato e nel pressoché totale silenzio. D’altra parte non si sono fatte attendere le prime ammissioni delle finalità propagandistiche di questa dispotica iniziativa legislativa. Occorre ribadire che in una certa misura la censura aveva già fatto capolino su alcune piattaforme e non sono mancate pubbliche ammissioni di aver applicato una censura mirata come quella del CEO di Facebook Mark Zuckemberg. Tuttavia queste misure non sono mai risultate essere un ostacolo insormontabile alla circolazioni di informazioni non allineate al mainstream. Stavolta invece si tratterebbe di un pericoloso passo in avanti verso un controllo serrato. Chi ritiene che la libertà d’espressione sia un diritto fondamentale dell’individuo e che sia necessario per una società, quella occidentale, che si vanta di garantire libertà e uguaglianza, non può restare indifferente.

Censura su internet
Censura su internet

Riferimenti

https://digital-strategy.ec.europa.eu/it/policies/digital-services-act-package

 

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David Sciuga

Si è laureato con lode prima in Lettere Moderne poi in Filologia Moderna presso l’Università degli Studi della Tuscia. Successivamente ha conseguito il Master di II livello in Management presso la Bologna Business School. La sua tesi di laurea magistrale “La critica della civiltà dei consumi nell’ideologia di Pier Paolo Pasolini” è stata pubblicata da "OttoNovecento", rivista letteraria dell'Università Cattolica di Milano, ed è tuttora disponibile sul portale spagnolo delle pubblicazioni scientifiche Dialnet. Da giornalista pubblicista ha lavorato per il Nuovo Corriere Viterbese e per diverse testate locali, inoltre è anche blogger e critico cinematografico. Ha collaborato con il festival teatrale dei Quartieri dell’Arte e con l’Est Film Festival, di cui è stato presidente di giuria. Come manager di marketing e comunicazione ha lavorato per STS Academy, agenzia di formazione di security e intelligence. Il suo racconto "Sala da ballo" è stato incluso nell’antologia del primo concorso letterario nazionale "Tracce per la Meta". Successivamente è stato premiato con il secondo posto al Premio Internazionale di poesia “Oggi Futuro” indetto dall’Accademia dei Micenei. È stato moderatore di conferenze di geopolitica dove sono intervenuti giornalisti di rilievo nazionale. L'animal fantasy "Due fratelli" è il suo primo romanzo, pubblicato con la casa editrice Lulu.com, a cui segue il romanzo di formazione "Come quando ero soldato". Collabora con il web magazine "L'Undici". Parla correttamente l'inglese, possiede elementi di francese e tedesco.

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