La scuola in Italia oggi una panoramica

La scuola in Italia oggi una panoramica

Recentemente ha fatto scalpore, o meglio rumore, l’annuncio di una scuola elementare romana, che specificava che tra i suoi alunni ci sono i figli dell’alta borghesia, mentre in una scuola vicina ci sono i figli della classe operaia, specificando che tra questi molti sono immigrati.

Da qui è partita una campagna di indignazione contro un istituto che pubblica sul suo sito distinzioni oggettivamente di cattivo gusto, a maggior ragione se si tratta di bambini così piccoli.

La scuola che promette essere inclusiva e permettere a tutti di formarsi e perfezionarsi come individui consapevoli, non mantiene certo le promesse che rimangono solo belle frasi.

La scuola in teoria costituisce anche un mezzo per elevare la propria condizione sociale (leggi economica, perché quella è la discriminante decisiva che crea un fossato tra le classi sociali), mentre oggi si suole ripetere con rassegnazione che l’ascensore sociale si è rotto, complice una crisi economica terribile sotto la quale il numero di poveri è aumentato di pari passo con gli acquisti delle auto di lusso. Dagli anni 2000 si è assistito da un impoverimento dell’offerta didattica e dei requisiti richiesti agli studenti, adducendo come motivazione che abbassando l’asticella sarebbe stato più facile per tutti completare gli studi.

L’egualitarismo propugnato era una falsità: ciò ha avuto come unico obiettivo di abbassare il livello di preparazione degli studenti italiani, che nonostante proclami autoreferenziali ed interessati, non è tra i migliori né per le abilità matematico-scientifiche né per quelle di comprensione dei testi. Dopo che la classe politica ha portato avanti la cantilena che c’era bisogno di nuova mano d’opera importata perché “i figli de gli italiani non vogliono più fare certi lavori”, si è passati al “Se continueremo a importare braccia ed esportare cervelli andremmo a finire male”.

Ovviamente non è tutta colpa della scuola ma c’è da riconoscere che il mercato del lavoro italiano per la sua struttura, in buona parte non sa valorizzare alcune figure professionali altamente professionalizzate perché ancora legato a un modello famigliare che troverà sempre meno spazio nel prossimo futuro. Si diceva che i laureati italiani sono troppi ma in realtà la percentuale di laureati in Italia è tra le più basse in Europa, ulteriormente scesa dopo l’avvento della crisi. E in tutto questo la scuola che fa?

Cerca di dar a vedere che si stia ammodernando mentre appunto ha perso in qualità, togliendo anche autorevolezza al ruolo dell’insegnate, che già prima non godeva della posizione e degli stipendi, assimilabili a quelle di un medico o un ingegnere di livello, in Paesi come quelli scandinavi.

La scuola non fa orientamento universitario, lasciando i ragazzi allo sbaraglio quando devono compiere una scelta così importante, probabilmente perché una maggiore informazione sulle richieste del mondo del lavoro comporterebbe la chiusura di molte facoltà.

L’università stessa è, salvo rari casi, clamorosamente sganciata dal mondo del lavoro, da quello che chiede in materia di preparazione e dal dialogo con le aziende e gli enti per cui in teoria dovrebbe preparare nuovi assunti. In sintesi c’è una scuola che non dialoga con l’università e un’università che non dialoga con il mondo del lavoro.

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C’è un’istruzione istituzionale che se la selezione non la fa a scuola fino in fondo comunque la porta avanti spietatamente all’università, dove le poche facoltà private che garantiscono una carriera di alto profilo sono sbarrate ai più che ragioni di ordine economico. La scuola italiana appare stantia e autoreferenziale, concepita per funzionare male in un sistema concepito per lasciare tutto com’è.

La se una volta l’economia italiana poteva fare a meno di una scuola arretrata perché la forza del Paese erano le piccole aziende familiari dove il know-how si conquistava con l’esperienza diretta e si trasmetteva di generazione in generazione, ora non è più così. Ora avere una scuola all’altezza non è un lusso astratto: cambiare rotta è una necessità molto concreta.

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David Sciuga

Si è laureato con lode prima in Lettere Moderne poi in Filologia Moderna presso l’Università degli Studi della Tuscia. Successivamente ha conseguito il Master di II livello in Management presso la Bologna Business School. La sua tesi di laurea magistrale “La critica della civiltà dei consumi nell’ideologia di Pier Paolo Pasolini” è stata pubblicata da "OttoNovecento", rivista letteraria dell'Università Cattolica di Milano, ed è tuttora disponibile sul portale spagnolo delle pubblicazioni scientifiche Dialnet. Da giornalista pubblicista ha lavorato per il Nuovo Corriere Viterbese e per diverse testate locali, inoltre è anche blogger, aforista e critico cinematografico. Ha collaborato con il festival teatrale dei Quartieri dell’Arte e con l’Est Film Festival, di cui è stato presidente di giuria. Come manager di marketing e comunicazione ha lavorato per STS Academy, agenzia di formazione di security e intelligence. Il suo racconto "Sala da ballo" nel 2012 è stato incluso nell’antologia del primo concorso letterario nazionale "Tracce per la Meta". Sempre nello stesso anno è stato premiato con il secondo posto al Premio Internazionale di poesia “Oggi Futuro” indetto dall’Accademia dei Micenei. È stato moderatore di conferenze di geopolitica dove sono intervenuti giornalisti di rilievo nazionale. Nel 2018 ha pubblicato il suo primo romanzo "Due fratelli" con la casa editrice Lulu.com. Collabora con il web magazine "L'Undici".

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