La via dell’economia della collettività oltre la speculazione

La via dell’economia della collettività oltre la speculazione

 

“Un mio desiderio è poter applicare gli studi economici all’interesse della collettività –  spiega Federico Mancini, imprenditore

agricolo e dottore in economia – nella mia famiglia c’è sempre stato quel tipo di sensibilità riguardo le questioni di interesse

sociale che toccano indistintamente tutti da vicino che ho captato da subito.

Il mio  lavoro è una critica costruttiva ai politici che ci gettano fumo negli occhi parlando della necessità della crescita del PIL,

il quale  misura il valore delle merci scambiate mentre è fatto passare come indicatore del benessere”.

La tesi di laurea di Federico,  intitolata “Misurazione del benessere e teoria della Decrescita”,

spiega perché è fondamentale riappropriarsi di un’economia incentrata sulla collettività, nell’interesse di ognuno.

Federico Mancini, imprenditore agricolo e dottore in economia
Federico Mancini, imprenditore agricolo e dottore in economia

 

Che cos’è davvero il PIL?

Il comune modo di intendere il PIL  tratterebbe di un fraintendimento cercato da politici che non hanno mai avuto un piano

capace di rivolgersi alle generazioni future, limitandosi invece ad arraffare il più possibile, lasciando invece debiti, provocando

inquinamento dell’ambiente e consumando le risorse naturali. Proprio una bella eredità. Chi ragiona in questi tempi punta

soltanto a guadagnare un facile consenso per mantenere ed ampliare il potere.

Si tratta invece di un inganno che fa leva su un indicatore fallace: si arricchisce di più chi smette di inquinare per ultimo, ma

questo il PIL di certo non lo dice.

Il PIL (Prodotto Interno Lordo) è il valore dei prodotti e servizi realizzati all’interno di uno Stato sovrano in un determinato arco

di tempo. Questo indice non ci dice nulla riguardo a tutto il resto, non ci dice per esempio se una società è equa, se vige un

rapporto equilibrato con l’ambiente e sulle sue risorse, non ci dice se si sta costruendo una società vivibile.

Servirebbe invece un indicatore capace di tener conto della differenza tra bene e merce scambiata: il bene rappresenta la

consistenza del benessere mentre la merce scambiata è tutt’altra cosa, infatti anche il tempo libero, che in sé non produce

ricchezza, è un bene.

 

Il valore della libertà

 

La libertà è un concetto fondante delle società democratiche occidentali, tuttavia essa diventa semplice speculazione teorica

laddove i fondi non sono elargiti equamente all’interno della società. Si tratta invece di una grande menzogna che promette

libertà, ricchezza ed emancipazione in cambio del lavoro, quando invece la differenza di possibilità tra i membri delle classi

sociali (o meglio classi economiche, in quanto il solco che le divide è quello economico) risulta spesso incolmabile. Per il

“sogno americano” con il duro lavoro, l’impegno e la genuina abnegazione ognuno può coronare i propri sogni attraverso

l’affrancamento della condizione economica di partenza. Come ha anche mostrato il romanzo “Fight Club” dello scrittore

statunitense Chuck Palahniuk, poi film di successo di David Fincher, questa si rivela sovente essere una favoletta per spronare

le classi lavoratrici ad alzarsi la mattina per far arricchire qualcun altro.

Celebre monologo sul consumismo capitalista nel film “Fight Club” (USA, 1999)

La libertà reale invece, secondo una possibile accezione, riflette la libertà di possibilità laddove sia presente equità di mezzi a

disposizione.

 

Il ruolo del Libero Mercato

 

Il Libero Mercato è un ambiente dove interagiscono operatori economici cui i prezzi di beni e servizi sono raggiunti

esclusivamente dalla mutua interazione di venditori e acquirenti, ovvero produttori e consumatori e di conseguenza dove il

controllo portato dallo stato è il più possibile ridotto. Si creano pertanto dei pericolosissimi monopoli naturali dove pochi attori

economici assumono un enorme potere potenzialmente incontrollato capace di fare danni ingenti in nome del profitto, lo stato

è quindi tenuto a porre un deciso freno al libero mercato se non vuole vedere scavalcate le sue leggi e privati suoi cittadini dei

propri diritti.

 

La Bioeconomia

 

Studiamo modelli economici basati su una visione dell’economia come di una macchina che si può sempre alimentare e già il

filosofo Karl Marx aveva intuito la fallacia di questo sistema.

Il PIL non considera poi il fatto che alcuni Paesi, grazie ad aggressive politiche neocolonialiste, incrementano risorse di paesi altrui fuori

dal sistema economico di appartenenza.

Nicholas Georgescu-Roegen, economista matematico e statistico romeno, fondò la bioeconomia ricollegandosi al terzo

principio della termodinamica della fisica, secondo cui nulla si crea, nulla si distrugge ma nulla torna allo stadio originario.

L’economia non è una macchina che si accende senza più arrestarsi: bisogna considerare l’impatto delle attività umane

sull’ambiente e non solo limitarsi a considerare i profitti.

Nicholas Georgescu Roegen, economista e matematico
Nicholas Georgescu Roegen, economista e matematico

 

Il rischio dell’esaurimento delle risorse utilizzabili

 

Con l’erosione delle risorse si rischia di andare incontro a un arresto del PIL tanto amato dai politici e burocrati: senza queste

tutto si fermerebbe.

“Quando avranno inquinato l’ultimo fiume, abbattuto l’ultimo albero, preso l’ultimo bisonte, pescato l’ultimo pesce, solo allora

si accorgeranno di non poter mangiare il denaro accumulato nelle loro banche” diceva il capo tribù sioux Toro Seduto già nel

IXX secolo.

L’economia di per sé è basata un sistema semplice: Capitale, Lavoro e Denaro.

Si sta perdendo la connessione tra l’economia reale, legata al lavoro reale, e la finanza.

Se costruisco un castello di carta e questo poi si sgretola ai magnati della finanza resterebbero solo numeri su un computer se

venissero meno le risorse che essi indirettamente controllano.

 

La Decrescita Felice e un nuovo modo di intendere la ricchezza

 

La base delle interazioni economiche resta sempre quello che concretamente apporta maggiore benessere alla società:

il PIL tiene conto adeguatamente dei beni con un elevato valore di scambio ma non quelli con un elevato valore d’uso, come

può essere la costruzione di un’opera pubblica capace di resistere ai secoli ma che non favorisce interventi sul mercato come

una che ha bisogno di continua manutenzione.

Il messaggio è quello che chi prende grandi decisioni a livello economico e finanziario dovrebbe utilizzare la propria grande

responsabilità in maniera più consapevole, perseguendo un benessere reale e condiviso invece che limitarsi a uno temporaneo

e circoscritto. Questi signori dovrebbero arginare la loro ingordigia e la società tutta dovrebbe tenere davvero presente qual è

ciò che dà qualità alla vita, evitando sprechi e isterie da consumismo, come sostiene l’economista e filosofo francese Serge

Latouche, che applicò in prima persona le proprie teorie nella vita scegliendo di vivere di autoconsumo, nel concetto di

“Decrescita Felice”.

Agendo oculatamente si potrebbe, contrariamente alla radicata opinione comune, aumentare il benessere reale riducendo il PIL.

Serge Latouche
Serge Latouche, economista e filosofo

Il PIL oltretutto, essendo un semplice dato numerico, non necessariamente calcola l’efficienza e tantomeno la felicità e il

benessere apportati, elementi che invece dovrebbero essere al centro di ogni trattazione economica. Bisogna abbandonare il

PIL come indice di ricchezza per considerare nuovi mezzi più efficaci per farlo, capaci di includere tutti queste questi

imprescindibili elementi.

Urge un cambio di paradigma: passare da un’economia vessatoria e predatoria nell’interesse del capitale a un’economia della

collettività e per il popolo. Serve la lungimiranza di capire che questo è un gioco a vincere per tutti nell’interesse di tutti.

Decrescita felice
Decrescita felice

 

Riferimenti bibliografici

“Misurazione del benessere e teoria della Decrescita”, tesi di laurea di Federico mancino, Università degli Studi della Tuscia, Viterbo 2009

decrescitafelice.it

 

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David Sciuga

Si è laureato con lode prima in Lettere Moderne poi in Filologia Moderna presso l’Università degli Studi della Tuscia. Successivamente ha conseguito il Master di II livello in Management presso la Bologna Business School. La sua tesi di laurea magistrale “La critica della civiltà dei consumi nell’ideologia di Pier Paolo Pasolini” è stata pubblicata da "OttoNovecento", rivista letteraria dell'Università Cattolica di Milano, ed è tuttora disponibile sul portale spagnolo delle pubblicazioni scientifiche Dialnet. Da giornalista pubblicista ha lavorato per il Nuovo Corriere Viterbese e per diverse testate locali, inoltre è anche blogger, aforista e critico cinematografico. Ha collaborato con il festival teatrale dei Quartieri dell’Arte e con l’Est Film Festival, di cui è stato presidente di giuria. Come manager di marketing e comunicazione ha lavorato per STS Academy, agenzia di formazione di security e intelligence. Il suo racconto "Sala da ballo" nel 2012 è stato incluso nell’antologia del primo concorso letterario nazionale "Tracce per la Meta". Sempre nello stesso anno è stato premiato con il secondo posto al Premio Internazionale di poesia “Oggi Futuro” indetto dall’Accademia dei Micenei. È stato moderatore di conferenze di geopolitica dove sono intervenuti giornalisti di rilievo nazionale. Nel 2018 ha pubblicato il suo primo romanzo "Due fratelli" con la casa editrice Lulu.com. Collabora con il web magazine "L'Undici".

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