Heartland: l’area cardine dei rapporti di forza internazionali

Heartland: l’area cardine dei rapporti di forza internazionali

Secondo una teoria geopolitica formulata nei primi del ‘900 la parte centrale dell’Eurasia, caratterizzata da un terreno stepposo facilmente attraversabile, sarebbe, per la sua posizione centrale di grande corridoio tra grandi Paesi e per la ricchezza di materie prime, area strategica per gli equilibri internazionali. In sintesi: chi controlla l’Heartland comanda il mondo. Ma è davvero così?

 

Un concetto innovativo

 

Secondo un’affascinante teoria formulata dal geografo inglese Halford John Mackinder nel 1904, espressa nell’articolo “The Geographical Pivot of History” presentato alla Royal Geographical Society, l’Heartland, chiamata anche Pivot Area (Area Perno), corrispondente all’area continentale dell’Eurasia, è il cuore della Terra, quella che consente il controllo politico dell’Eurasia stessa e di conseguenza, corrispondendo il supercontinente eurasiatico alla porzione più ampia e più collegata alle altre aree delle terre emerse, del mondo intero.

Il geografo inglese Halford John Mackinder
Il geografo inglese Halford John Mackinder, padre del concetto di Heartland

Questa zona perno corrisponde all’incirca alla Siberia centrale ed è caratterizzata dall’ambiente della steppa, che, permettendo rapidi movimenti al suo interno sia per la natura prevalentemente pianeggiante del territorio che per la scarsità della popolazione presente, può garantire una superiorità strategica  in termini di velocità di azione. Durante la guerra fredda il diplomatico e storico George Frost Kennan, che asserì come il contenimento delle mire espansive russe dev’essere essere un cardine della politica estera americana,  e successivamente l’esperto di geopolitica Zbigniew Brzezinski attualizzarono le idee di Mackinder in concrete linee politiche.

Il diplomatico statunitense George Frost Kennan
Il diplomatico statunitense George Frost Kennan

 

Il resto del continente eurasiatico è invece chiamato Rimland e rappresenta la fascia marittima costiera e le sue alee limitrofe, concetto elaborato e approfondito dal politologo statunitense Nicholas John Spykman.

Il politologo statunitense Nicholas John Spykman padre del concetto di Rimland
Il politologo statunitense Nicholas John Spykman, padre del concetto di Rimland

Il Rimland comprende quindi gran parte dell’Europa, il Vicino e Medio Oriente, l’Asia Meridionale e Orientale. In questa visione il resto del mondo viene identificato come Anello dei Continenti e delle Isole Esterne (Ring of the Exterior Continents and Islands). Successivamente il crollo del Muro di Berlino e la dissoluzione dell’Unione Sovietica hanno portato all’indipendenza dei Paesi dell’Asia Centrale, area che nel disegno di Mackinder rappresentava la parte meridionale dell’Heartland, così a questa regione vennero dedicati ulteriori studi a causa della sua rinnovata centralità geopolitica. L’Asia Centrale è infatti un crocevia fondamentale tanto per la produzione di gas nonché per la raccolta di altre materie prime che per il transito delle risorse energetiche verso l’Estremo Oriente e l’Europa. A questo si aggiunse il tentativo degli Stati Uniti di controllare la Russia tramite un progressivo accerchiamento lungo i suoi confini garantito dalla presenza di stati amici per evitare la formazione di un forte potere regionale in Eurasia. Nell’Eurasia, le minacce principali provenivano all’epoca da Germania, Russia e Giappone. Per fare in modo che non si affermasse una potenza accentratrice che controllasse l’Heartland, zona ricca di risorse oltre che fondamentale linea direttiva strategica, l’obiettivo britannico avrebbe dovuto essere limitare l’affermazione delle potenze eurasiatiche, utilizzando vari sistemi: stipulare alleanze strategiche, instaurare stati-cuscinetto e, più di ogni altra cosa, evitare che si costituisse  un asse russo-tedesco: le risorse naturali e territoriali russe unite alla potenza navale e industriale tedesca avrebbero costituito un grave pericolo. Successivamente l’obbiettivo venne ereditato dagli Stati Uniti d’America, che sostanzialmente, pur mantenendo dei profondi legami con l’ex madrepatria britannica, sostituì il Regno Unito come potenza egemone planetaria.

L'Hearthland e il Rimland nel mondo
L’Hearthland e il Rimland nel mondo

 

L’Heartland nel Secondo Dopoguerra

 

Dopo il secondo conflitto mondiale gli studi geopolitici trovarono uno spiccato  interesse negli Stati Uniti, che si stava affermando globalmente come unica superpotenza. L’obiettivo diventava quindi mantenere questa posizione. Fino al crollo dell’Unione Sovietica, le amministrazioni susseguitesi alla Casa Bianca applicarono il pensiero di Mackinder: cercarono di evitare la formazione di una grande potenza eurasiatica, ricorrendo ad alleanze strategiche (rendendo innanzitutto il Giappone in uno stato-satellite, poi sfruttando la crisi sino-sovietica, stringendo i rapporti con la Repubblica Popolare Cinese per allontanarla dall’URSS) e cercando di contenere la sfera d’influenza sovietica, come dimostrano le azioni militari in Vietnam e in Afghanistan). Dal 1991 gli Stati Uniti hanno aumentato la propria presenza nel vasto continente asiatico, dimostrando l’attualità della teoria dell’Heartland. Zbigniew Brzezinski, consigliere per la sicurezza nazionale sotto l’amministrazione Carter, applicò le tesi di Mackinder e Spykman favorendo il miglioramento dei rapporti bilaterali con la Repubblica Popolare Cinese per isolare l’Unione Sovietica, e contenendo l’espansionismo sovietico in Asia centrale, finanziando i mujaheddin in Afghanistan.

 

“La Grande Scacchiera”, un saggio fondamentale

Nel 1997 lo stesso Brzezinski pubblicò “La grande scacchiera”, un libro noto tra gli addetti ai lavori, spiegando la linea che gli USA avrebbero dovuto tenere per conservare il proprio ruolo egemone nel mondo: non distogliere l’attenzione dall’Eurasia. Brzezinski evidenziò come siano aumentate le potenze asiatiche potenzialmente ostili: a Russia e Cina si affiancarono Turchia, Iran, Pakistan, India, in parte questo elenco ricorda quello dei BRICS, le potenze emerse in contrapposizione al blocco occidentale. I corridoi delle steppe siberiane vedevano così indirettamente confermata la loro importanza strategica. Alla luce di questa situazione, i cardini strategici della politica internazionale statunitense andrebbero individuati nell’ex area sovietica (Europa orientale, Caucaso, Asia centrale), nel Medio Oriente e nel Golfo Persico, aree che non a caso sono state il teatro di molte campagne militari a stelle e strisce. Riguardo la Russia, Brzezinski suggerì di ridurne l’influenza procedendo all’allargamento dell’Unione Europea, una pedina statunitense nella grande scacchiera, ad Est, fino ad integrare l’Ucraina. Il processo indicato dall’intellettuale e stratega americano si è poi delineato in maniera chiara e sostanzialmente indisturbata: la Georgia si è allontanata dall’orbita russa nel 2004 dopo la rivoluzione colorata che ha portato al governo Mikheil Saakashvili, in Ucraina il governo Poroshenko insediatosi dopo i fatti di Euromaidan del 2013, ha auspicato l’entrata del paese nell’UE e nella NATO. Medio Oriente e Golfo Persico, erano considerate  tra le incognite maggiori, per via del noto contesto etno-religioso, che le rende tra le aree più calde e instabili del pianeta. SI tratta inoltre di una regione importante per via delle risorse energentiche sul suo territorio:, in quanto teatro di raccolta, stoccaggio e commercio del petrolio, aspetto che mette in contrasto gli interessi di vari Paesi, tra cui: Turchia, Iran, Arabia Saudita, Israele, Siria, Stati Uniti. Proprio con il fine di mantenere l’area instabile secondo il motto latino dividi ed impera, si inquadrerebbero eventi tristemente noti: guerra del Golfo, invasione dell’Afghanistan, guerra d’Iraq e, in ultimo, l’appoggio ai ribelli contrari ad Assad in Siria e la politica ostile contro l’Iran. Non sorprende più di tanto il modo in cui gli studi accademici di alto livello possono sostenere tesi in netto contrasto con la propaganda mainstream dei mass media.

Il politologo stratunitense Zbigniew Brzezinski
Il politologo stratunitense Zbigniew Brzezinski

 

Un convegno di grande importanza

 

Questa interpretazione, diffusa, pur con le dovute differenze, sulle riviste internazionali anglosassoni, è stata argomento di un convegno geopolitico internazionale a Tashkent in Uzbekistan nel 2004, nella quale si è affermato  che la politica atlantica post 1989 segua lo schema di Mackinder al fine di controllare l’Eurasia. Nel 21° secolo, per mutate condizioni strategiche, l’Heartland  è slittato più a Sud, tra Kazakistan e Uzbekistan, includendo a volte anche Pakistan e Afghanistan: gli interessi divergenti delle grandi potenze in materia di sicurezza energetica, politica e militare si scontrano in Asia centrale proprio per l’importanza che questa regione rappresenta per gli equilibri di potere mondiali.

 

Il ruolo della Cina

Per il già menzionato Brzezinski risulta altresì fondamentale il ruolo dell’Estremo Oriente, in particolare la Cina. Dopo aver reso, come già visto, il Giappone in una sorta di protettorato dal 1945, Pechino è stato il principale corpo estraneo da tenere d’occhio. L’analista riteneva che, alla luce della vastissima popolazione, di particolari caratteristiche economiche, tecnologiche e militari e per  i reciproci interessi  in Asia e nel Pacifico, il gigante asiatico rappresenti l’incognita maggiore per gli Stati Uniti. Per tale motivo, dall’inaugurazione delle relazioni bilaterali tra i due paesi, avvenuta grazie alla mediazione di Brzezinski, è stato instaurato un solido legame commerciale, accentuato dal 2000. A dimostrazione della volontà di guardare a Oriente, Hillary Clinton, segretario di Stato sotto l’amministrazione Obama nel 2011, ravvisò a suo dire la necessità a suo dire di approfondire i legami economici e diplomatici statunitensi in Cina ed Estremo Oriente, per via delle grandi potenzialità offerte da una zona enormemente popolata che poteva offrire milioni e milioni di nuovi, appetibilissimi consumatori. Prima gli Stati Uniti si sono avvicinati alla Cina in funzione antisovietica e anche perché l’immenso mercato cinese rappresentava una ghiotta opportunità per le multinazionali d’Oltreoceano; poi lo considerarono gigante temuto una volta divenuto troppo ingombrante, per giunta riavvicinatosi alla Russia.

 

L’Europa stretta tra Stati Uniti e Russia

 

L’Europa si trova tra Stati Uniti d’America e Russia, contesa tra le due potenze. Gli Atlantisti dal Secondo Dopoguerra in poi hanno sempre cercato di strapparla al vicino orientale, temendo di rimanere isolati nello scacchiere politico mondiale.  Brzezinski sempre nello stesso intervento di Tashkent, ritenendo comunque improbabile sganciamento dell’Unione Europea dagli Stati Uniti, invitava a prestare attenzione alla Francia, per via di mai sopite ambizioni egemoniche (le pressioni del Presidente Sarkozy riguardo l’intervento in Libia per rovesciare il regime di Muhammar Gheddafi nel 2011 lo evidenziano), e alla Germania, come già menzionato, considerata assolutamente da tenere lontana dall’orbita russa. La direttiva antisovietica, che era stata tra le concause di un avvicendamento degli Stati Uniti alla Cina oltre all’aspetto puramente commerciale, torna anche per quanto riguarda il rapporto con le potenze europee, tenute a recinto nell’Unione Europea, entità che, al di là degli intenti decantati di pace e fratellanza tra popoli dopo gli orrori della Seconda Guerra Mondiale sul suolo del Vecchio Continente, pur forse tradendo la volontà di alcuni dei padri fondatori, non ha fatto altro che destabilizzare ed indebolire, sia sul piano economico che sociale, i singoli Paesi membri. Molti Paesi europei si trovano quindi ad avere uno status di colonia non dichiarata che impone poche libere scelte in politica internazionale. Tra questi c’è l’Italia, da sempre crocevia di culture e storicamente motore propulsivo di tendenze e innovazioni, con la sua posizione altamente strategica tra Europa centro-occidentale e Mediterraneo, risulta ancora un Paese particolarmente importante, pur avendo politicamente  perso un ruolo di primo piano.

 

La posizione della Russia

 

La Russia è risorta dalle ceneri della dissoluzione dell’URSS ed è assurta nuovamente al ruolo di potenza mondiale, tornando a preoccupare gli Stati Uniti d’America, che dalla Caduta del Muro di Berlino in poi, non hanno trovato nessuno che rivaleggiasse con loro per il ruolo di potenza egemone. Gli USA che hanno provocato un sentimento di insicurezza nella leadership russa, avendo di fatto un ruolo fondamentale nello scoppio della guerra in Ucraina. Il governo di Boris Eiltsin negli anni ’90 portò con sé un vero e proprio dramma sociale: l’impoverimento successivo al crollo del regime comunista ebbe un peso gravissimo sulla vita dei suoi cittadini, tanto che la speranza di vita dei Russi diminuì di ben 18 anni. Con Vladimir Putin le cose sono cambiate: pur conservando alcune posizioni stataliste si è mantenuta un’apertura al libero mercato, guardando verso l’Asia, a Paesi grandi come India e Cina, senza escludere alcuni Paesi sudamericani, ma anche verso i paesi dell’Europa dell’Ovest, nonostante questi ultimi siano sotto l’egemonia atlantica. Risulta quindi chiara la volontà di aumentare l’integrazione con l’Occidente.

Vladimir Putin guarda all'Eurasia
Vladimir Putin guarda all’Eurasia

D’altronde la Russia è un Paese europeo, legato all’Europa dallo stesso fenotipo europoide, dalla cultura debitrice delle civiltà greca e latina, dai classici della letteratura russa indissolubilmente legati alla letteratura occidentale, dalla religione cristiana. Questo quindi comporta, come già evidenziato, che l’Europa è un campo di contesa tra Stati Uniti e Russia. Per gli USA il controllo sull’Europa che non deve andare perduto: la saldatura tra Russia e Europa occidentale costituisce un incubo per gli Americani. Gli Americani temerebbero di scivolare nella marginalità politica. A questo proposito  di avvicinamento della Russia a Occidente si aggiunge quello della Cina che con la Via della Seta, rotta commerciale che peraltro punta anche a  fornire di infrastrutture i territori dei paesi dell’Asia Centrale e dell’India vuole accorciare distanze con l’Europa. In Russia inoltre si è affermato un filone di studi ispirato dalle teorie del filosofo Aleksandar Dugin, che riprende il paradigma di Mackinder e pone l’Eurasia, di cui l’Heartland costituisce il perno, alla base di una dottrina opposta alla politica internazionale atlatista: il neoeurasiatismo, che si batte in nome del multipolarismo contro la globalizzazione unificante occidentale. Mackinder per primo capì l’importanza della rivoluzione ferroviaria, ipotizzando che i progressi conseguiti nel trasporto terrestre di uomini e merci avrebbero potuto contribuire a spostare il baricentro geopolitico del mondo in Eurasia, l’Heartland, riducendo drasticamente l’importanza del controllo dei mari e  conseguentemente le capacità britanniche prima e americane poi, di mantenere l’egemonia mondiale.

Il filosofo e politologo russo Alexandr Dugin
Il filosofo e politologo russo Alexandr Dugin

 

Possibili scenari futuri per l’Heartland

Queste strategie geopolitiche elaborate da Brzezinski e Mackinder sono ancora valide? Il controllo dell’Heartland continua ad essere una linea direttrice della politica estera statunitense? Numerosi eventi suggeriscono di sì: dall’allargamento ad Est e Balcani della NATO, alla questione ucraina, fino alla deposizione di regimi scomodi nell’area medio-orientale (Afghanistan, Iraq) e la situazione di instabilità creata in Siria. Il mondo post Guerra Fredda ha visto un incontrastato imperialismo americano, con ben 800 basi militari USA piazzate strategicamente e numerosi conflitti iniziati, ma lo scenario internazionale ha cessato di essere così monocorde. Trump nel suo mandato ha abbandonato gli iniziali propositi isolazionisti, cercando sostanzialmente di sedare il rintuzzarsi di tensioni che sembravano ormai appartenere al passato. Il suo operato ha nuovamente evidenziato l’importanza dell’Eurasia ai fini dell’egemonia americana. Ha alleggerito la tensione con la Russia, promuovendo un atteggiamento accomodante. Ha accusato la Germania di usare l’UE per fini egemonici e lodato la Brexit. Più guardingo con il gigante cinese, inviò nel Mar Cinese Meridionale la portaerei Nimitz USS Carl Vinson a scopo di pattugliamento.  Il successivo governo Biden invece ha gettato benzina sul fuoco, rinfocolando invece la vecchia acredine tra Oriente e Occidente. La tendenza che appare delinearsi va proprio in direzione della centralità del concetto di Heartland: le assi del potere sembrano poggiare meno sul mare, confermando il fatto che gli Stati Uniti, che hanno ereditato dall’Impero Britannico il ruolo di talassocrazia egemone, stiano vistosamente perdendo quota, in favore delle potenze di terra. L’attività bellica degli Stati Uniti è spinta dalle grandi corporazioni che hanno interesse a mantenere uno stato belligerante perenne, in un modo che può ricordare quello espresso in 1984 di George Orwell. I rapporti di forza sono già mutati e si sta quindi procedendo da un mondo unipolare, quello caratterizzato dallo strapotere americano dopo il 1989, a uno multipolare. Sebbene neanche l’analista più esperto sia in possesso di una sfera di cristallo per prevedere gli eventi, una cosa appare chiara certa: il controllo dell’Heartland continuerà ad essere cruciale. Pare proprio che Mackinder abbia ancora ragione: chi controlla l’Heartland, controlla il mondo.

Mappa dell'Eurasia
Mappa dell’Eurasia

 

 

 

Riferimenti

https://www.geopolitica.info/heartland/

https://www.treccani.it/enciclopedia/heartland_%28Lessico-del-XXI-Secolo%29/

 

 

 

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David Sciuga

Si è laureato con lode prima in Lettere Moderne poi in Filologia Moderna presso l’Università degli Studi della Tuscia. Successivamente ha conseguito il Master di II livello in Management presso la Bologna Business School. La sua tesi di laurea magistrale “La critica della civiltà dei consumi nell’ideologia di Pier Paolo Pasolini” è stata pubblicata da "OttoNovecento", rivista letteraria dell'Università Cattolica di Milano, ed è tuttora disponibile sul portale spagnolo delle pubblicazioni scientifiche Dialnet. Da giornalista pubblicista ha lavorato per il Nuovo Corriere Viterbese e per diverse testate locali, inoltre è anche blogger e critico cinematografico. Ha collaborato con il festival teatrale dei Quartieri dell’Arte e con l’Est Film Festival, di cui è stato presidente di giuria. Come manager di marketing e comunicazione ha lavorato per STS Academy, agenzia di formazione di security e intelligence. Il suo racconto "Sala da ballo" nel 2012 è stato incluso nell’antologia del primo concorso letterario nazionale "Tracce per la Meta". Sempre nello stesso anno è stato premiato con il secondo posto al Premio Internazionale di poesia “Oggi Futuro” indetto dall’Accademia dei Micenei. È stato moderatore di conferenze di geopolitica dove sono intervenuti giornalisti di rilievo nazionale. Nel 2018 ha pubblicato il suo primo romanzo "Due fratelli" con la casa editrice Lulu.com. Ha ultimato il suo secondo romanzo in attesa di pubblicazione. Collabora con il web magazine "L'Undici". Parla correttamente l'inglese, possiede elementi di francese e tedesco.

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