Colpo di Stato in Turchia: riflessioni e perplessità

Colpo di Stato in Turchia

Un duro colpo alla politica interna della Turchia, ma alcuni di noi non se la bevono.

Una possibile messa in scena da parte di un leader politico interessato a far parte di un mondo democratico che, forse, ancora non gli appartiene.

Il colpo di Stato avvenuto in Turchia, ad opera di alcune divisioni delle forze armate, lo scorso 15 Luglio 2016, puzza tanto di messa in scena. Uno stratagemma ingegnoso per offrire un pretesto per togliere di mezzo personaggi scomodi dalla scena politica e dalle istituzioni della Turchia.

Se vi è qualcosa, che qualsiasi leader politico, proprio non possa fare, è fermare la storia. Dal fiume di Eraclito, al progresso civile e tecnologico, quanto scorre non si può arrestare e quanto è trascorso non si può ripristinare. Se c’è stato un errore, che più d’ogni altro, pesa sulla politica di Recep Tayyip Erdogan, è che egli ha pensato di poter arrestare il flusso della storia in Turchia. Il Kemalismo ha posto fine, già dal lontano 1923, al sultanato e al califfato in Turchia, generando una serie di riforme, di stampo occidentalista, cui la gente si è da subito piacevolmente abituata.

Nel 2003, in seguito alla sua elezione, Erdogan ha cercato di ripristinare, in politica interna, un approccio caro all’ormai obsoleta tradizione  sultanista incentrata sulla triade neo-ottomanesimo, panislamismo e panturanesimo. Se pur ha avuto l’abilità di mostrarsi all’Occidente come un leader moderno, pronto per essere accolto nell’Unione Europea, è stato smentito in patria da una serie di atteggiamenti anacronistici e alla vecchia maniera.

Le vicende che hanno spinto in piazza Taksim, lo scorso 2013, i nostalgici dell’approccio modernista di Kemal Ataturk, hanno mostrato al mondo intero la vera faccia di Erdogan. Il fondatore del Partito di Giustizia e Sviluppo (APK), ha di fatto inserito la marcia indietro alla macchina del tempo e l’errore, sembra oggi più che mai, costargli cara la reputazione. Tale miopia, o distopia storica, sembra costargli così cara da indurlo ad inscenare un finto golpe per recuperare una credibilità che, di fatto, non ha mai avuto fino in fondo.

Per intendere la politica di Erdogan, occorre immedesimarsi nella situazione paradossale nella quale qualcuno si illuda di poter inscenare delle prove fasulle per dimostrare che il fuoco non è un fenomeno naturale ma un dono degli dei. Il progresso, i secoli di scoperte ed evoluzioni, lo smentirebbero a priori e a prescindere da ogni sforzo. Da quando è salito al potere Erdogan ha pensato di poter costruire il futuro cancellando il passato. Si è presentato demagogicamente come il capo di un partito di sviluppo e giustizia ed ha attuato una politica repressiva ed anacronistica. Ha preteso di rimettere il velo alle donne dopo oltre 80 anni, ha preteso di ripristinare il proibizionismo dopo aver apostrofato come “L’ubriaco” colui il quale aveva liberalizzato il consumo di bevande alcoliche quasi un secolo fa. Se pur Erdogan è riuscito, per un breve tratto, ad ingannare la politica estera circa la sua natura conservatrice non ha potuto sottrarsi al giudizio di quel popolo cresciuto nel clima di ammodernamento kemalista.

Creandosi un nemico Erdogan si è dato, da un lato, la possibilità di avere un’ occasione credibile per togliere di mezzo alcuni suoi oppositori; tra magistrati, giornalisti, avvocati e giudici, dall’altro si è presentato al popolo come il risanatore e colui che ha dalla sua il favore degli Iman. Erdogan si è offerto alla Turchia come  colui che ha saputo garantire l’aspetto principale di un governo rispettabile: la sicurezza; con una polizia fedele e bene addestrata.

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