Il dibattito attorno alla riforma della giustizia in Italia ha monopolizzato il dibattito politico ma sinceramente è apparso assai deludente sia nella controcultura che nel mainstream. Il tutto – parlando in termini retorici – sembra molto agganciato a delle questioni che risalgono all’era dell’antiberlusconismo che cucinano per un pubblico inconsapevole un piatto molto semplificato: Magistratura di sinistra vs Magistratura libera, pertanto si discute sul tema delle carriere separate in una maniera ormai palesemente fuorviante. Questa semplificazione tematica non fa altro che favorire una propaganda filo-governativa che suggestiona il pubblico per mezzo di casi giudiziari esemplari, promettendo una correzione tanto attesa su questa magistratura e sulle varie iniquità, come d’altra parte favorisce anche un filone tematico di opposizione di pura cosmesi che allontana i cittadini italiani dal focalizzare le reali questioni.
In primo luogo, come sostenuto anche dagli stessi sostenitori del “Si”, ma soprattutto come si deduce chiaramente dai contenuti stessi della procedura, la riforma punta in maniera decisa a controllare l’area disciplinare dei giudici. Non si parla mai di potenziare gli uffici e gli strumenti dei magistrati, non si parla mai di aumentare le assunzioni e di creare volume di addetti e personale, non si parla mai del fatto che un aumento del personale renderebbe più semplici i processi, diminuirebbe il carico di pressione sui giudici, e snellirebbe l’immensa mole di lavoro degli uffici, ma si parla sempre e solo di intervenire nell’area disciplinare, ed è incredibile come questo non rappresenti un segnale di allarme per il pubblico di destra, dato che i contenuti mediatici sembrano fuorviati verso temi che, in fin dei conti, nei contenuti della riforma appaion sino ad un certo punto, eufemisticamente parlando, come ad esempio il già citato discorso sulla separazione delle carriere, che sembrerebbe centrale in questi sviluppi, ma che in realtà è tutt’altro che centrale nella riforma.
In Tv, sui quotidiani, e anche su internet, tutto viene presentato come se il problema girasse sempre attorno a fenomeni come ad esempio i PM che diventano giudici all’improvviso, agli errori esemplari che diventano casi mediatici, ai casi noti, alle iniquità durante il covid o a filoni tematici – condivisibili o meno – di origine sgarbiano-berlusconiana, in sostanza, a tutte cose che con la riforma della giustizia c’entrano solo marginalmente, e al contempo – come si diceva sopra – viene ignorato il tema del potenziamento del personale e delle assunzioni, o il tema puramente logistico dei contatti tra giudici, avvocati e pm che lavorano nelle stesse aree o negli stessi uffici. Carriere separate significa anche che le parti opponenti non siano indotti ad interloquire grazie ad una vicinanza logistica impossibile da controllare. Rispondere a tutto questo con una riforma che – all’atto pratico – si preoccupa solo dell’area disciplinare, non solo dimostra che i contenuti della riforma sono defocalizzati e semplificativi, ma anche che gli intenti che risiedono davvero nelle menti all’origine della riforma sono in realtà diversi da quello che i cittadini credono.
Sebbene lo sdoppiamento del CSM compiuto da Nordio in “giudicante” e “requirente” sia un argomento coprente e abilmente posizionato per rassicurare i più scettici, non si può certo nascondere che la parte disciplinare – che è il vero destinatario della riforma, come ammettono perfino alcuni opinionisti favorevoli, senza stare a fare nomi – viene lasciato ad un organo precursore, di stampo monarchico e che nulla c’entra con le tradizioni repubblicane, ovverosia l’alta corte, un istituto di stampo albertino che ben poco ha a che vedere con quello che è la giustizia italiana oggi, pertanto, vien da chiedersi, se non vi sia qualche altro interessato a fare pressione su questa riforma, o volere questo revival del passato monarchico per noi italiani, che nel frattempo voteremo per il si o per il no in modo assolutamente fuorviato, parlando di temi come i PM che diventano giudici, gli errori durante il Covid, i magistrati di sinistra, o le vecchie ballate – giuste o sbagliate – di Berlusconi o Sgarbi, elementi che potrebbero essere significativi nella valutazione delle singole casistiche, ma irrilevanti quando si analizza con la visione d’insieme.
A questo punto la questione si acuisce fin troppo per le limitate conoscenze del sottoscritto, ma da come si legge, l’Alta Corte è composta da quindici giudici dei quali tre sono nominati dal Presidente della Repubblica tra i vari professori o comunque soggetti esperti di legge , e altri tre estratti a sorte da un gruppo ulteriore di individui esperti di legge o professori scelto stavolta dal parlamento. Il problema è che – e non si finga di no, perché questo è ben risaputo dal 90% degli italiani – né il parlamento né il presidente della repubblica possono garantire un intervento equo in questo contesto. Non intendo dilungarmi troppo sulla questione ma, fingere che il presidente della repubblica sia super partes e che il parlamento sia in grado di intervenire in maniera equa in questa inerenza è davvero patetico e sarebbe come insultare la propria immagine riflessa allo specchio. Per quanto si finga che la democrazia occidentale sia solida e indiscutibile, occorre prima o poi scendere a patti col fatto che il parlamento non è proporzionale – sebbene, a ben vedere, come tutti sappiamo, il porcellum sia stato praticamente squalificato dalla corte costituzionale nella sentenza 1 del 2014 – e che votare oggi è praticamente inutile e che ci sono una serie di condizioni hanno reso il parlamento subordinato all’esecutivo di governo. Perfino il presidente della repubblica – che nell’immaginario collettivo degli italiani è riconducibile come più incline alla sinistra politicamente corretta – è tuttavia a suo modo vincolato alla maggioranza, nonostante nel teatro della politica italiana egli sembra che reciti un ruolo diverso, ma d’altro canto anche la Meloni stessa sembrava diversa dal PD prima di andare al governo, salvo scoprire che è esattamente la stessa cosa se non fosse per un pacchetto retorico diverso, pertanto questo non dovrebbe stupirci. Tuttavia, a prescindere dallo specifico caso di Mattarella, nessun Presidente della Repubblica è davvero super partes eccetto che per questioni secondarie, e ognuno di essi è espressione – diretta o indiretta, latente o manifesta – di una forza politica. Rimangono quindi i restanti nove.
I nove magistrati sorteggiati — sei della carriera giudicante e tre pubblici ministeri — sembrano, a prima vista, garantire un equilibrio o addirittura una prevalenza tecnica rispetto ai sei membri di nomina politica. Ma questo equilibrio è solo apparente.
Il punto decisivo è che l’Alta Corte non giudicherà mai nella sua composizione completa di quindici membri. Sarà inevitabilmente suddivisa in collegi più piccoli, verosimilmente da cinque giudici, sia per ragioni organizzative sia per la necessità di gestire due gradi di giudizio interni. Non esiste infatti un ricorso in Cassazione: l’appello si svolge davanti alla stessa Alta Corte, e i giudici che hanno partecipato al primo grado diventano incompatibili per il secondo. Questo rende obbligatoria una struttura a collegi separati.
In ciascun collegio, la composizione sarà sostanzialmente sempre la stessa: due giudici di origine politica e tre magistrati sorteggiati. Ed è qui che il meccanismo si rivela per ciò che è. Non conta più il numero complessivo dei magistrati, ma la dinamica interna dei singoli collegi.
Basta infatti che uno solo dei tre magistrati sorteggiati non sia in contrasto con la maggioranza politica del momento — per convinzione, per affinità o anche solo per prudenza — perché l’equilibrio si ribalti. A quel punto, la maggioranza nel collegio è garantita, e con essa il controllo dell’organo disciplinare.
Non si tratta di un controllo diretto o dichiarato, ma di qualcosa di più sottile ed efficace: la possibilità di incidere sulle decisioni disciplinari e, di conseguenza, sul comportamento dei magistrati. Perché il vero effetto di un sistema del genere non è tanto punire, quanto prevenire. È creare un contesto in cui il magistrato sa che una scelta non allineata può esporlo a conseguenze concrete.
In queste condizioni, anche un solo giudice indipendente può diventare un problema. Ed è proprio questo il punto: rendere rischioso, e quindi sempre più raro, l’esercizio di un’autonomia reale.
Il cuore della riforma non sta nella separazione delle carriere, che resta un elemento marginale e quasi ornamentale, ma nella costruzione di questo meccanismo. È nella composizione dell’Alta Corte, prevista dall’articolo 105, che si gioca davvero la partita.
Attraverso di essa, diventa possibile ottenere un controllo di fatto sull’organo disciplinare e, indirettamente, sull’intera magistratura. Un controllo che non ha bisogno di essere esplicito per essere efficace, perché agisce a monte, orientando comportamenti, scoraggiando deviazioni, riducendo progressivamente lo spazio di indipendenza.
E una volta creato questo equilibrio, il passo successivo è già implicito: se il sorteggio dovesse rivelarsi “insufficiente”, si potrà sempre intervenire ulteriormente, ad esempio introducendo forme di elezione diretta dei pubblici ministeri, rafforzando ancora di più il legame tra accusa e potere politico.
In questo quadro, l’Alta Corte non è un dettaglio tecnico, ma il vero centro della riforma. È lì che si concentra il potere, ed è da lì che può passare un cambiamento profondo nei rapporti tra politica e magistratura.
Riferimenti