Dopo lo storico premio Oscar a Parasite e il successo planetario di The Squid Game un altro film dalla Corea del Sud arriva come un pugno nello stomaco inaugurando il 2026 cinematografico, con l’obiettivo dichiarato di smascherare la vera natura della società capitalistica.
Il regista Park Chan-wook è uno dei maggiori esponenti del cinema coreano, il quale si è ormai guadagnato un posto nella distribuzione internazionale. Il suo Old Boy nel 2003 colpì il grande pubblico al di fuori dei confini internazionali con uno stile cupo e visivamente potente, ricorrendo alla violenza in modo lucido ed efferato. Questo successo spianò la strada al cinema del Paese est-asiatico, coronato dal successo di Parasite di Bong Joon Honel 2019, pellicola pluripremiata e primo titolo non in lingua inglese a vincere il Premio Oscar come miglior film. Di lì a poco l’industria dell’intrattenimento locale ha ottenuto un grande successo internazionale con delle serie diventate fenomeno di costume anche in occidente, come l’osannato Squid Game. L’estetica del cinema coreano, frettolosamente associabile alle produzioni del vicino Giappone, si distingue invece per uno stile proprio riscontrabile, dopo poche scene. In questo contesto si inserisce No other choice, black comedy che con grande cura mette alla berlina la competitività spietata della società capitalistica moderna, mostrando cosa si cela se si gratta appena un po’ sotto il velo delle ipocrisie buoniste di una società che invece è ipocrita e senza scrupoli. Il protagonista ha il volto di Lee Byung-hun, stella del cinema asiatico, perfetto nell’interpretare Man-su, padre di famiglia e lavoratore modello, dipendente pluripremiato di un’azienda produttrice di carta. Tutto viene messo in discussione quando l’azienda lo licenzia improvvisamente per via di tagli al bilancio e lui si ritrova nella difficile situazione di doversi rimettere in gioco nel mercato del lavoro. Nonostante una carriera scandita dalla massima abnegazione alla causa aziendale, ai colloqui di lavoro trova solo porte sbattute in faccia. Intanto il tempo passa e la liquidazione si consuma e la famiglia deve fare a meno di tanti piccoli comfort, portando anche a una dolorosa scelta affettiva: dare in affidamento i due cani per gravare il meno possibile sul bilancio familiare. Mentre il figlio maggiore si caccia nei guai con la giustizia e lui scopre che la moglie ha cominciato a tradirlo, si incrina velocemente l’apparente perfezione del suo nido familiare. Prende progressivamente corpo un’idea che Man-su abbraccia inizialmente con titubanza e indecisione, infilandosi goffamente in situazioni grottesche. Tuttavia l’uomo si fa più deciso e spietato, mettendosi in testa che non c’è “nessun’altra scelta” che eliminare fisicamente, uno per uno, tutti i possibili concorrenti per la posizione lavorativa che agogna riconquistare, in un crescendo rossiniano di sangue freddo e crudezza. In questo film curato nei minimi dettagli e attendo alle dinamiche psicologiche dei personaggi si fa un viaggio nell’altra faccia della società, quella che tutti conoscono ma tutti fanno finta di vedere: la spietatezza di una società dove la competizione ammette qualsiasi tipo di colpo basso e la sua assenza di merito oggettivo. Man-su, impiegato modello, non è nient’altro che un numero sacrificabile per togliere uscite risparmiabili dalle voci di bilancio. Preparazione, dedizione e impegno non lo esimono dall’essere un ingranaggio di una catena di cui potersi sbarazzare in tutta tranquillità. In questa pellicola satirica anche il più diligente e servizievole degli impiegati può diventare un efferato serial killer: l’esagerazione esplicita gli estremi a cui porta un sistema basato sulla competizione senza limiti. Si ha quindi una società dove, dietro la patina di ipocrisia, spesso non c’è altra scelta che farsi homo hominis lupus, come diceva Hobbes, ben prima dell’istituzione della società capitalistica. Si deve essere pronti a tutto sgomitando per sbaragliare la concorrenza e ottenere quanto si agogna. Si era visto qualcosa di simile in Neon Demon, diretto nel 2016 da Nicholas Wendig Refn, che prendeva in esame la spietatezza del mondo della moda e dello spettacolo, arrivando in quel caso a spingersi visivamente ancora più in là, toccando horror e cannibalismo. L’arrivismo non è solo per mete ambiziose, ma diventa frutto di una lotta per la sopravvivenza estenuante dove però le risorse ci sarebbero per tutti, ma si deve tenere le masse in uno stato di scarsità artificiale per controllarle meglio e permettere alle élites di restare comodamente al comando della società. Se Zerocalcare diceva nella sua opera animata “Questo mondo non mi renderà cattivo”, bisogna ammettere che per molti ci riesce eccome, legittimando una sferzante e alienante doppia morale. Non è necessario però toccare un ambiente così esclusivo per trovare situazioni dove bisogna essere pronti a tutto pur di sbaragliare la concorrenza per farsi largo, ma questo fa parte della vita lavorativa di tutti i giorni. La società si rivela essere una vera giungla dove a prevalere spesso è il più spregiudicato e insensibile, trasformando anche le persone più miti e insospettabili. E sotto questo aspetto Oriente e Occidente non sono così diversi.
Riferimenti
https://www.mymovies.it/film/2025/no-other-choice/
