Aureliano il restauratore del mondo

Aureliano il restauratore del mondo

 Monarca poco noto, ebbe un ruolo importante per far uscire l’Impero Romano dalla crisi del III secolo riunificando l’Impero Romano. La parabola di Aureliano continua a illuminare

Un campione di romanità del tardo Impero

Nato in a Sirmio in Pannonia, oggi identificata con l’attuale Sremska Mitrovica in Serbia, da una famiglia di contadini illirici, da un padre era colono di un certo senatore Aurelio, e una madre che sarebbe stata una libertà della stessa famiglia e avrebbe ricoperto il ruolo di sacerdotessa del sole (elemento questo che ebbe un ruolo molto importante per il futuro imperatore). Aureliano pare incarnare alla perfezione le virtù del mos maiurom: retto, devoto alla Romanità, risoluto. Era descritto come di bell’aspetto, alto e muscoloso, affabile nei modi seppur severo, ma soprattutto dotato di una grande determinazione e forza di volontà. Lucio Dumizio Aureliano ebbe un’importanza capitale nella Storia di Roma anche se non sempre il suo nome dice molto ai non addetti ai lavori se non per le omonime mura. Compì grandi imprese sia come statista sia come condottiero. Se l’impero romano non crollò sul finire del terzo secolo d.C., indebolito da una grande instabilità interna che favorì le pressioni dei Germani a Nord e dei Sassanidi a Sud-Est, lo si deve alla sua opera compattatrice e alle sue vittorie.

Busto di Aureliano
Busto di Aureliano

L’ascesa

Aureliano i dedicò all’allenamento fisico e all’uso delle armi con grande costanza, entrò presto tra le fila dell’esercito romano, al cui interno ebbe modo di farsi valere percorrendone tutti i gradi facendosi amare dai suoi commilitoni, i quali lo chiamano manus ad ferrum, pronto a dar di spada Nel 268 d.C., come comandante della cavalleria, prese parte all’assedio di Milano, in cui si era rinchiuso il ribelle Aureolo, da parte dell’armata dell’imperatore Gallieno. L’usurpatore si arrese, ma venne ucciso. Gallieno tuttavia presto trovò la sua fine, Stroncato di lì a poco da una congiura dei generali, qui partecipò lo stesso Aureliano. A quel punto salì al trono Claudio II, acclamato dall’esercito. Aureliano divenne l’uomo di fiducia del nuovo imperatore e in qualità di generale inanellò pesanti vittorie contro i Germani, prima a danno degli Alemanni sulle rive del lago di Garda e successivamente batté i Goti che erano giunti in Mesia,  sbaragliandoli Naisso.  Claudio II scelse Aureliano come suo successore ma il Senato cerò di dare la successione a Quintillo, fratello dell’Imperatore. Ancora una volta però fu decisivo il parere dell’esercito che caldeggiava invece proprio Aureliano, che venne acclamato imperatore a Sirmio. Sulla sorte di Quintilio ci sono voci discordanti: o si suicidò o venne ucciso dai suoi soldati. Aureliano trovò in eredità una situazione difficile. Gli effetti della peste di Cipriano del 250 continuavano a farsi sentire: l’epidemia decimò la popolazione con gravi ricadute della vita politica e sociale. La scelta di coniare più monete per pagare le truppe portò alla svalutazione del sesterzio, facendo salire i prezzi e polverizzando il potere d’acquisto dei cittadini. L’esercito assunse maggiore potere e per un periodo riuscì sistematicamente a far sedere il proprio candidato sul trono, come fu proprio pr Aureliano. Alla presa del potere, a Aureliano si trovava un impero ridotto alle provincie d’Italia, Hispania, all’Illirico e ai territoti africani. Tetrico si autoprocamò massima autorità dell’Impero Gallo-Romano a Nord-Ovest mentre a Sud-Est si eresse il Regno di Palmira , retto da Zenobia con suo figlio Vaballato, che comprendeva le province di Siria, Palestina ed Egitto. Aureliano aveva quindi a disposizione un esercito dimezzato, che faticava anche a presidiare la frontiera danubiana. L’Imperatore era stretto da una situazione complessa quindi su due fronti: la crisi finanziaria, la perdita di potere centrale, quest’ultima portò poi alla perdita di unità, e la questione religiosa con la’avanzare del Cristianesimo. Aureliano affrontò di petto entrambi gli ambiti. attuò una terapia d’urto brutale per rifondare l’intero sistema monetario romano, che era al collasso.

 

La lotta al dissesto finanziario

Per capire il suo intervento, bisogna considerare che quando Aureliano salì al potere (270 d.C.), il sesterzio non era più la gloriosa moneta di bronzo alto-imperiale: l’inflazione lo aveva reso inutile e la produzione era quasi ferma. Ecco le tre mosse drastiche con cui Aureliano tentò di risolvere la crisi monetaria: Aureliano scoprì che dietro la svalutazione del sesterzio c’era un’operazione criminale. I funzionari della zecca di Roma (monetarii), guidati dal rationalis Felicissimo, stavano rubando l’argento destinato alle monete, producendone con meno metallo prezioso del dovuto e intascando la differenza. L’Imperatore cercò di fermarli, questi risposero scatenando una vera e propria guerra civile urbana. I monetieri si asserragliarono sul colle Celio, così Aureliano ricorrendo all’esercito, lì stanò  in una dura battaglia che provocò migliaia di morti. I responsabili vennero giustiziati, mentre la zecca di strato venne temporaneamente chiusa, spostando la produzione a zecche provinciali come Milano e Siscia. Aureliano giustiziò i responsabili e, per tagliare il problema alla radice, chiuse temporaneamente la zecca di Roma, spostando la produzione in zecche provinciali più fedeli (come Milano e Siscia). Aureliano abbandono il vecchio sesterzio La riforma del 274 d.C. introdusse una nuova moneta, chiamata dagli storici caratterizzato da una percentuale di argento garantita e fissa (circa il 5%). Su queste monete fece imprimere la sigla XXI (o KA in greco), riferita al tasso di cambio garantito: 20 parti di rame per 1 d’argento. Il fine dichiarato era quello di cercare di restaurare la fiducia pubblica nel valore intrinseco della moneta. L’operazione condusse alla fine del vecchio sistema augusteo, che era basato sull’equilibrio oro-argento-bronzo, e portò l’impero a adottare un’economia basata su monete fiduciarie di basso valore intrinseco. Sul fronte estero però, i due imperi nati dalla scissione da Roma, quello di Palmira e della Gallia sostenevano la sua ascesa: il suo impegno a allontanare i Germani a Nord e Sassanidi a Sud –Est contribuiva a rendere più sicuri anche i loro territori. Aureliano anziché sfidare il Regno di Palmira, riconobbe a Vavallato il possesso delle province orientali, i titoli di Vir Consularis, Rex, Imperator e Dux Romanorum, e anche il diritto di battere monete, in cui comparivano i ritratti tanto di Vavallato quanto di Aureliano. Questo contribuiva a mantenere l’immagine di un’unità che di fatto era chiaramente compromessa: i due imperi erano in tutto e per tutto indipendenti. 

 

Il culto del Dio Sole

Sul fronte religioso la coesione sociale era minata dall’avanzare del Cristianesimo. Se i praticanti dei numerosi altri culti accettavano di adorare anche gli dei romani come segno di fedeltà verso lo Stato, i Cristiani, che si rifiutavano fermamente, stavano accrescendo la loro influenza in società. Aureliano propose il culto del Sol Invictus che venne introdotto nel 274. Il sole era un simbolo universale capace di riunire tutti i cittadini dell’impero, diversi per origine e cultura e richiamare a un’unità nazionale. Elagabalo aveva già provato a introdurre un culto solare proveniente dalla Siria, ma venne considerasto esotico e scandaloso per i romani, ma questo culto era adattato al gusto romano: sobrio, marziale e ordinato. Il culto non si poneva in contrapposizione con l’adorazione degli altri dei come faceva il cristianesimo ma era enoteista, cioè comportava il riconoscimento di una gerarchia divina che non negava gli altri culti ma poneva il Sole al vertice di una gerarchia. Le altre divinità diventano subordinate al Sole o vengono considerate rappresentazione di alcuni aspetti dello stesso. Questo permetteva ai soldati di continuare a venerare i loro dei locali, vedendoli semplicemente come manifestazioni dell’unico Sole Invitto. Il culto del Sol Invictus si celebra il 25 dicembre, data che poi sarebbe diventata quella del Natale cristiano, tanto che la domenica, il giorno del signore, nelle lingue germaniche è ancora il “giorno del Sole”, come nell’inglese sunday, nel tedesco sonnstag e söndag in svedese. Venne istituito un nuovo collegio sacerdotale i Pontifices Dei Solis, costituito da senatori: questo servì a legare l’aristocrazia al nuovop culto così da fare da traino per l’intera società. i successi militari funsero da legittimazione dell’affermazione del nuovo culto, infatti Aureliano attribuì vittorie importanti proprio all’intervento della nuova divinità. Venne costruito anche un tempio dedicato a Roma nel Campus Agrippae. Il Sol Invictus veniva rappresentato come un giovane uomo imberbe, spesso alla guida di una quadriga (il carro del sole) che sale verso il cielo, con in mano una sfera (rappresentazione del dominio sul mondo) o una frusta, riprendendo da vicino l’iconografia del Dio Apollo.

Bassorilievo ritraente il Sol Invictus

La difesa dei confini

C’era il problema della gestione delle popolazioni straniere. Aveva preso piede la comoda quanto pericolosa usanza di reputare alcune popolazioni alleate con il compito di presidiare le frontiere in cambio di un tributo da pagare. Facile immaginare quanto sia fragile un’alleanza a pagamento e quanto questo stato delle cose possa andare fuori controllo. Aurealiano interruppe questa usanza e affrontò la situazione di petto. La minaccia corrispondeva al nome degli Jutungi, popolazione germanica formalmente alleata dell’Impero da di fatto insofferente alla sua autorità, rendendosi protagonisti di sconfinamenti e razzie. Alla notizia dell’avanzata delle truppe imperiali questi barbari cercarono di ritirarsi, ma vennero raggiunti e travolti. Questi giocarono un’ultima ardita carta: proporre la pace in cambio della ripresa del pagamento dei tributi. Dopo la batosta i barbari tornarono ad assumere lo status di federati, ma senza nessun tributo da incassare. Vandali e Sarmati penetrarono la frontiera danubiana, ma il pronto e perentorio intervento di Aureliano non si fece attendere. Nel 271 un’invasione congiunta di Alemanni e Marcomanni dilagò oltre le Alpi. Aureliano pensò bene loro di sbarrare il passo, ma così facendo cadde in un’imboscata nei pressi di Piacenza. La sconfitta dell’esercito romano fu pesante, spaventando la popolazione e seminando dubbi nel senato circa la sua posizione. Invece di capitalizzare la vittoria cercando di espandersi verso Sud, i barbari frazionarono la propria armata in bande per meglio saccheggiare la ricca pianura padana dimostrando mancanza di progettualità. Una dopo l’altra le orde saccheggiatrici furono sconfitte da Aureliano che tornò alla ribalta e le costrinse a tornare oltre le Alpi. Successivamente attraversò il Danubio e annientò un esercito di goti, uccidendone anche il loro capo Cannabaude. La situazione militare, che richiedeva la pronta disponibilità di truppe ben addestrate e immediatamente disponibili, costrinse Aureliano poi a una dura ma necessaria decisione: abbandonare la Dacia. Questa provincia, corrispondente a gran parte dell’attuale Romania, era stata conquistata un secolo e mezzo prima da Traiano. Costituiva un importante stazionamento romano oltre il Danubio, ma trovandosi sotto la pressione costante delle tribù gotiche, costringeva l’impero ad uno sforzo militare permanente. Aureliano ritirò al di qua del Danubio le truppe stanziate in Dacia, ottenendo il risultato di rafforzare la frontiera balcanica, sia pur al prezzo di una provincia già intensamente romanizzata come la Dacia. La pur breve influenza romana sulla regione, conquistata da Traiano 160 anni prima, lasciò tracce incancellabili, tuttora ben visibili nella lingua neolatina, nel nome stesso dell’odierna Romania.

La riunificazione dell’Impero

Comunque, rinforzata in tal modo la frontiera danubiana, Aureliano poteva ora occuparsi dei due principali problemi che lo assillavano nella sua opera di riunificazione dell’impero. L’eliminazione dei due regni secessionisti formati sia occidente e oriente, eretti da Tetrico e da Zenobia.

Aureliano, Tetrico e Zenobia
Aureliano, Tetrico e Zenobia

La regina di Palmira fu la prima ad essere attaccata, insieme a suo figlio di Baballato. Aureliano attaccò per prima la Cappadocia, che non oppose resistenza, salvo la città di Tiana, che poi venne comunque piegata. Nel 272, l’Aureliano pose fine alla secessione di Zenobia, sconfiggendo l’esercito del regno di Palmira dopo un lungo assedio. La battaglia fu vinta dai romani e l’imperatore, recatosi nel Tempio del Sole ad Emesa, disse di riconoscere in quella divinità l’entità che gli era corsa in aiuto: la vittoria funse anche da volano per la diffusione del nuovo culto. L’opera di riunificazione delle terre dell’impero non poteva dirsi conclusa: mancavano gli ex domini nordoccidentali. Lo scontro decisivo contro il Regno delle Gallie ebbe luogo nel  274 a Chalonsumagne, nel luogo chiamato Campi Catalaunici, la stessa pianura in cui, due secoli più tardi, l’esercito romano poi avrebbe celebrato il suo ultimo trionfo contro le orde di Attila. Secondo una tradizione tramandata da Eutropio e Aurelio Vittore, Tetrico, prima della battaglia, avrebbe segretamente avviato trattative con Aureliano e gli avrebbe inviato una missiva contenente un verso di Virgilio. Era una promessa di resa in cambio della vita. L’esercito gallico fu sconfitto e Aureliano celebrò un magnifico trionfo, ricevendo dal senato e dal popolo i due appellativi che rendevano omaggio al suo valore, “Restitutor Orbis”, salvatore del mondo, e” Manus ad Ferrum”, mano sulla spada. Aureliano fu sorprendentemente clemente con Tetrico e Zenobia: non furono giustiziati in qualità di ribelli all’autorità imperiale. Tetrico ricevette un impiego amministrativo venendo  nominato imperatore della Lucania, cioè della Basilicata attuale, mentre la regina orientale fu data in sposa a un romano di rango e condusse vita lussuriosa nella capitale fino alla morte. Zenobia, per salvare se stessa scaricò ogni colpa della ribellione sui propri sottoposti, così Longino, filosofo e  suo principale consigliere andò incontro alla pena capitale.

Impero Romano nel 260 con la perdita dell'unità
Impero Romano nel 260 con la perdita dell’unità

Le ultime gesta

Le ricorrenti e gravi invasioni, cui Aureliano aveva dovuto costantemente porre rimedio con la sua abilità di generale, lo avevano reso consapevole del fatto che Roma non era più inespugnabile. Ordinò quindi la costruzione, che fu sostanzialmente ultimata già durante il suo regno, della nuova imponente cinta di mura che tuttora circonda la capitale, e che dal nome del suo edificatore sono ancora chiamate Mura Aureliane. Si tratta di una cinta in opera laterizia, lunga quasi 19 km, con le sue porte in travertino, che, ancora oggi, è la più estesa e meglio conservata fortificazione del mondo classico. Per costruire le mura per quattro anni venne aperto cantiere, sostenuto da un non indifferente, un poderoso impegno economico per  riaffermare la centralità di Roma e dell’Italia. Un uomo di tale valore non poteva che suscitare leggende, già in vita. Si diffusero infatti numerose tradizioni sulle profezie che annunciavano il suo avvento, come già avvenne per Ottaviano Augusto. Venne chiamato Restitutor Orbis, restauratore dell’Universo.  Dopo aver sbaragliato i Germani volse il suo sguardo contro i Sassanidi a Oriente, preparando quindi una spedizione contro di loro. Pero, come era accaduto tre secoli prima a Cesare, che aveva lo stesso progetto, non poter realizzarlo perché venne assassinato prima. Preoccupato dalla durezza con cui Aureliano reprimeva gli atti di corruzione, Eros, un suo sottoposto, organizzò contro congiura a suo danno, con cui presero parte molti altri sottoposti del sovrano, timorosi della sua collera, ponendo fine nel 275 alla vita del glorioso imperatore.

Mura Aureliane a Porta San Giovanni
Mura Aureliane a Porta San Giovanni

Conclusioni

Aureliano incarnò lo spirito più autentico di Roma, un uomo forse troppo integerrimo per i tempi che stava vivendo e che pagò con la vita la sua rettitudine. Colto ma anche grande uomo d’ami, attendo alle faccende interne ma anche straordinario generale, pose quindi fine alla crisi del III secolo e riunì l’Impero Romano che stava inesorabilmente sfaldando. Il suo esempio ricorda l’importanza di agire in un’operazione politica che parte da fondamenta quali sicurezza e coesione sociale per rinsaldare uno Stato. Così come forza e decisione sono virtù mascoline che sono state messe in discussione nelle società occidentali che ipocritamente la cultura woke e quella gender hanno cercato di reprimere. Aureliano da parte sua godette di grande considerazione a suo tempo ma la sua figura, come già visto,  è meno nota di quanto meriterebbe, pur essendo la sua vicenda perfetta per una trasposizione cinematografica dal sapore epico. Se la sua vita non fosse stata spezzata in una congiura, così da poter completare la sua opera di risanamento di Roma, forse il suo Impero avrebbe resistito agli scossoni che presto sarebbero tornati a ledere le sue fondamenta. Comunque sia il Restitutor Orbis resta una delle figure più grandi della Storia di Roma.

Riferimenti

Autori vari, Grande Enciclopedia De Agostini, Novara, 1996

Autori vari, La Storia, realizzata dalla Redazione Grandi Opere di UTET Cultura, Istituto Geografico De Agostino/UTET, Novara 2007

Valerio Massimo Manfredi e Fabio Manfredi, Come Roma Insegna, Libreria Pieno Giorno, Milano, 2021

Aureliano guida le sue truppe contri barbari
Aureliano guida le sue truppe contri barbari

 

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David Sciuga

Si è laureato con lode prima in Lettere Moderne poi in Filologia Moderna presso l’Università degli Studi della Tuscia. Successivamente ha conseguito il Master di II livello in Management presso la Bologna Business School. La sua tesi di laurea magistrale “La critica della civiltà dei consumi nell’ideologia di Pier Paolo Pasolini” è stata pubblicata da "OttoNovecento", rivista letteraria dell'Università Cattolica di Milano, ed è tuttora disponibile sul portale spagnolo delle pubblicazioni scientifiche Dialnet. Da giornalista pubblicista ha lavorato per il Nuovo Corriere Viterbese e per diverse testate locali, inoltre è anche blogger e critico cinematografico. Ha collaborato con il festival teatrale dei Quartieri dell’Arte e con l’Est Film Festival, di cui è stato presidente di giuria. Come manager di marketing e comunicazione ha lavorato per STS Academy, agenzia di formazione di security e intelligence. Il suo racconto "Sala da ballo" è stato incluso nell’antologia del primo concorso letterario nazionale "Tracce per la Meta". Successivamente è stato premiato con il secondo posto al Premio Internazionale di poesia “Oggi Futuro” indetto dall’Accademia dei Micenei. È stato moderatore di conferenze di geopolitica dove sono intervenuti giornalisti di rilievo nazionale. L'animal fantasy "Due fratelli" è il suo primo romanzo, pubblicato con la casa editrice Lulu.com, a cui segue il romanzo di formazione "Come quando ero soldato". Collabora con il web magazine "L'Undici". Insegna Storia nella scuola secondaria. Parla correttamente l'inglese, possiede elementi di francese e tedesco. I suoi romanzi sono disponibili su Amazon al link: https://www.amazon.it/s?i=stripbooks&rh=p_27%3ADavid%2BSciuga&ref=dp_byline_sr_book_1

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