L’errore di Trump nei rapporti tra Stati Uniti e Brasile

L’errore di Trump nei rapporti tra Stati Uniti e Brasile

I dazi del 50% imposti da Trump al Brasile hanno prodotto l’effetto opposto a quello auspicato. Invece di indebolire il presidente Lula, lo hanno trasformato in un paladino del nazionalismo e hanno accelerato il riallineamento strategico di Brasilia verso la Cina e i BRICS, costituendo di fatto quello pare essere un grave errore strategico che potrebbe costare caro agli Stati Uniti d’America.

Quella dei dazi imposti dal Governo Trump si tratta di  delle tariffe più alte mai introdotte dall’esecutivo repubblicano nei confronti di un singolo Paese: una scelta che appare come un errore di calcolo destinato a erodere l’influenza di Washington in America Latina, rafforzando proprio quell’ordine multipolare che i suoi avversari cercano di costruire. Invece di spingere Lula a fermare il processo contro l’ex presidente Bolsonaro, i dazi – percepiti come strumento di pressione politica – hanno innalzato il consenso del leader brasiliano al 50,2% per la prima volta dall’ottobre 2024. Si è così generato un classico effetto “rally round the flag”, che Lula ha immediatamente trasformato in un’arma retorica per la campagna elettorale del 2026. Parallelamente, le relazioni con Pechino hanno raggiunto livelli storici: il commercio bilaterale nel 2024 ha toccato i 188 miliardi di dollari, mentre la Cina si è presentata come protettrice del Brasile di fronte alle “intimidazioni” statunitensi.

Le tariffe, entrate in vigore il 1° agosto 2025, prevedono 694 eccezioni per un valore di 18,4 miliardi di dollari, pari al 43,4% degli scambi bilaterali. Sono stati salvaguardati settori chiave come aerei Embraer, succo d’arancia, petrolio e minerali, mentre caffè e carne bovina sono stati colpiti dall’imposta piena. Questo approccio selettivo conferma la natura eminentemente politica, e non economica, della decisione di Trump.La crisi ha accelerato il processo di avvicinamento tra Brasile e Cina, trasformando una solida partnership economica in una vera e propria alleanza strategica. Le parole del ministro degli Esteri Wang Yi sono state inequivocabili: «La Cina sostiene con fermezza il Brasile nella difesa della sua sovranità e si oppone a interferenze ingiustificate da parte di forze esterne». Una dichiarazione che consente a Pechino di proporsi come difensore del Sud globale contro l’egemonia americana.

Il commercio bilaterale è cresciuto del 33% solo a gennaio 2025, raggiungendo 12,83 miliardi di dollari, trainato da un aumento del 53,7% delle esportazioni brasiliane. La visita di Stato di Xi Jinping nel novembre 2024 ha prodotto 37 accordi e innalzato il rapporto a “comunità con un futuro condiviso” per i prossimi cinquant’anni. Non meno rilevante è il dato che oggi il 76,6% delle esportazioni di soia brasiliana è destinato alla Cina, una dipendenza strutturale che riduce fortemente la vulnerabilità di Brasilia alle pressioni americane. Politicamente, i dazi hanno offerto a Lula una vera ancora di salvezza. Dopo mesi di difficoltà, il suo consenso è risalito dal 40% di maggio al 50,2% di fine luglio. Con lo slogan “Brasile Sovrano”, il presidente ha rilanciato la propria immagine di difensore della nazione contro le ingerenze straniere. I suoi gesti simbolici – come indossare un berretto blu con la scritta “Il Brasile Sovrano ci unisce” in contrapposizione al cappellino rosso del MAGA – hanno avuto grande risonanza. La frase, pronunciata in diretta televisiva, «Un gringo non darà ordini a questo presidente» è divenuta un manifesto identitario capace di superare le divisioni politiche interne.

Anche settori tradizionalmente conservatori, come l’agroalimentare, hanno appoggiato Lula. Persino il quotidiano O Estado de S. Paulo ha definito la mossa di Trump «una pratica mafiosa». Con Bolsonaro fuori dai giochi fino al 2030 per decisione della Corte Suprema, Lula si è così imposto come garante naturale delle istituzioni democratiche, al riparo da pressioni interne ed esterne.Le conseguenze dei dazi si riflettono anche a livello continentale. La CELAC ha lanciato un appello all’unità contro la “guerra commerciale di Trump”, mentre il trattato UEMERCOSUR – fermo da anni – ha improvvisamente ripreso slancio. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen lo ha definito «non solo un’opportunità economica, ma una necessità politica». Se ratificato, l’accordo darebbe vita a un mercato di oltre 700 milioni di persone e 22 trilioni di dollari di PIL, la più vasta area di libero scambio del pianeta per popolazione.

La Cina, dal canto suo, ha colto l’occasione per consolidare la sua presenza regionale: viaggi senza visto per diversi Paesi sudamericani, una linea di credito da 7,7 miliardi di euro per infrastrutture e il controllo diretto o indiretto di 31 porti strategici. Anche la cooperazione tecnologica avanza, con sei satelliti congiunti già operativi. L’intervento tariffario di Trump rischia di essere ricordato come uno dei suoi errori strategici più gravi: invece di piegare Lula, lo ha rafforzato politicamente; invece di isolare il Brasile, lo ha spinto verso Pechino; invece di consolidare l’influenza statunitense, ha dato nuovo impulso all’integrazione regionale e ai BRICS. La logica selettiva delle tariffe dimostra come la politica commerciale sia stata piegata a fini politici più che economici, rivelando le contraddizioni di una strategia che finisce per colpire gli stessi interessi statunitensi. Nel frattempo, la Cina capitalizza la crisi presentandosi come garante di sovranità e partner affidabile per il Sud globale. Il risultato è un riallineamento geopolitico che va ben oltre la contingenza elettorale: l’America Latina, e in particolare il Brasile, sembrano ormai incamminati verso una fase storica in cui l’influenza degli Stati Uniti è destinata a ridimensionarsi, mentre si rafforza nel mondo un assetto multipolare.

Lula e Trump
Lula e Trump
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Pat Antonini

Ha studiato letterature e lingue straniere moderne, collabora stabilmente con Hyperborea, Centro Studi Eurasia Mediterraneo, Dragonsword e Punto di Fuga

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