Considerazioni sulla Guerra dei Dodici Giorni

Considerazioni sulla Guerra dei Dodici Giorni

 

Un conflitto scoppiato in modo apparentemente repentino e in modo altrettanto repentino concluso.  c’è ancora da riflettere e non si esclude che possa esserci il bisogno di tornarvi di nuovo in futuro. Cii sono molti elementi poco chiari da decifrare nella Guerra dei Dodici Giorni, occorre pertanto osservare l’evento più da vicino.

 

Molte sono le questioni nebulose sul rapido conflitto che ha contrapposto Iran e Israele, che alla cui origine cause che vanno indietro nel tempo. Tra gli aspetti poco chiari vi è senza dubbio quello riguardante i vincitori, dato che i tre protagonisti, Iran, Stati Uniti e Israele  non hanno certo aiutato gli analisti e i giornali a ricostruire l’accaduto. L’elemento più certo risiede – ed è banale dirlo – nelle politiche iraniane sul nucleare, risalenti ai primissimi anni 80, quando la Francia rifiutò di mantenere la parola sugli accordi nucleari franco-iraniani nelle inerenze dell’iniziativa “Atomi per la pace” nata agli ultimi tempi dell’amministrazione Eisenhower (1953).  Questo generò una reazione che ristagnò in un conflitto permanente ad alterne intensità, oltre che un caso aperto perenne.

Tale dissapore fu stimolato nel 2003, quando Washington e Londra, che avevano già collaudato la bufala delle armi di distruzioni di massa con l’Iraq di Saddam Houssein, provarono a rimandare di moda l’evergreen alimentando il terrore su armi di distruzione di massa in mano all’Iran, tuttavia la cosa fu arrestata e neutralizzata dalla commissione Baker-Hamilton, che mise Washington nella condizione di abbandonare queste riciclate menzogne. I problemi però tornarono poco più tardi, ai tempi di Ahmadinejad, il quale ebbe uno slancio sul nucleare destinato sia alla difesa che al civile che fu contrato anzitutto dall’ONU che criticò l’Iran per mancanza di trasparenza e applicò sanzioni in merito. Ahmadinejad, con l’appoggio della maggioranza dei Paesi membri dell’ONU, respinse le richieste del Consiglio di Sicurezza, che pretendeva la sospensione del programma in nome della “ricostituzione della fiducia” internazionale (risoluzione 1696 del 31 luglio 2006). Per Teheran, quella richiesta equivaleva a negare un proprio diritto sovrano, e rappresentava il segno della pressione occidentale sull’ONU dopo la fine dell’Unione Sovietica. Certamente adesso ci risulterebbe difficile continuare a fare questa sorta di timeline spiegando ogni elemento di questo ammasso critico di eventi, tuttavia è utile citare in questa costellazione di situazioni politiche dei fenomeni come l’operazione Ajax, o per meglio dire la memoria storica del golpe contro Mossadeq, rovesciato nel 1953 per aver tentato di nazionalizzare il petrolio, una tale ferita atavica rendeva ancora più difficile per l’Iran accettare imposizioni dall’esterno. La crisi si inasprì ulteriormente con la risoluzione 1929 del 9 giugno 2010, approvata dal Consiglio di Sicurezza nonostante le posizioni contrarie dell’Assemblea generale. Un altro elemento da considerare è quanto Israele – pur non essendo parte dell’AIEA – e le correnti del sionismo come quella jabotinskiana riescano ora come allora ad essere influenti all’interno delle stanze dell’AIEA.

Il 2 aprile 2025, il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot dichiarò davanti alla Commissione Affari Esteri dell’Assemblea Nazionale che restavano solo pochi mesi per salvare l’accordo sul nucleare iraniano da cui gli Stati Uniti si erano ritirati. In caso di fallimento, avvertì, un conflitto militare sarebbe stato quasi inevitabile. Il 28 aprile 2025 il Consiglio di Sicurezza dell’ONU si riunì due volte a porte chiuse sul tema della “non proliferazione delle armi di distruzione di massa”. Le sedute furono particolarmente tese: il giorno dopo, l’Iran inviò una lettera di protesta (S/2025/26), denunciando che Barrot aveva affermato che il Paese era ormai vicino all’arma nucleare. Barrot e il suo vice, Benjamin Haddad, appartenevano al governo Barnier e furono poi confermati da François Bayrou. Haddad, ex funzionario europeo, aveva legami con il think tank Tikvah Fund di Elliott Abrams, ed era considerato uno dei promotori della linea di Benjamin Netanyahu volta a spingere l’Europa a schierarsi con Israele. Circa un mese dopo, nei rapporti trimestrali dell’AIEA sul rispetto delle risoluzioni ONU e sull’Accordo di non proliferazione nucleare si accusava Teheran di non essere trasparente. Tuttavia le conclusioni non si basavano su verifiche dirette, ma sull’analisi del software d’intelligenza artificiale Mosaic, creato da Palantir Technologies. Questo sistema, nato per individuare reti terroristiche, interpretò semplici anomalie come prove di preparativi militari. Per la prima volta un’IA, invece di segnalare rischi, veniva utilizzata come se descrivesse fatti certi. Il 12 giugno, sulla base di queste valutazioni, il direttore Grossi informò il Consiglio dei governatori dell’AIEA, che adottò una risoluzione dichiarando di non poter garantire che il programma iraniano fosse solo civile. Nonostante l’opposizione di Russia e Cina, la questione fu rimessa al Consiglio di Sicurezza. Mosca reagì diffondendo un documento in cui denunciava l’atteggiamento ambiguo di Francia, Germania e Regno Unito, accusandoli di aver deliberatamente manipolato i dati insieme a Grossi. Pochi giorni dopo, Israele avviò l’operazione “Rising Lion”, un attacco contro le strutture nucleari iraniane basato anche su dati satellitari americani. Resta incerto se i governi europei abbiano partecipato a un piano coordinato, oppure se siano stati spinti a sostenerlo inconsapevolmente. Tuttavia, episodi precedenti mostrano che, come già accaduto negli anni Ottanta, diversi Stati occidentali non considerano più vincolanti i propri impegni con Teheran, soprattutto dopo il ritiro statunitense dall’accordo sul nucleare iraniano. Per questo l’ipotesi più plausibile è che abbiano scelto consapevolmente di sostenere Israele in questa escalation. Il 14 luglio 2023, le Nazioni Unite hanno abrogato le sanzioni contro l’Iran previste dall’Allegato B della risoluzione 2231 (2015), in applicazione dell’Accordo di Vienna (JCPoA).

Tuttavia, Germania, Francia e Regno Unito hanno continuato ad applicarle, configurando così delle misure coercitive unilaterali in contrasto con il diritto internazionale. Questi Paesi si ritengono svincolati dagli impegni del JCPoA, pur non essendosi formalmente ritirati dall’accordo, a differenza degli Stati Uniti.Ufficialmente, l’ex presidente statunitense Donald Trump sosteneva che l’Iran avrebbe prodotto una bomba nucleare entro quindici giorni, affermazione riportata nel contesto di una discussione con la direttrice dell’intelligence Tulsi Gabbard, la quale sosteneva che l’Iran non avesse alcun programma nucleare militare. Informato dall’intelligence dell’imminenza di un possibile attacco nucleare israeliano all’Iran (denominato Opzione Sansone), Trump propose di supportare un attacco convenzionale israeliano per prevenire un bombardamento atomico. L’aviazione israeliana colpì massicciamente i centri di ricerca nucleari iraniani, il sistema di missili balistici e causò la morte di numerosi militari e scienziati nucleari, appoggiandosi sui radar statunitensi di Camp al-Udeid in Qatar, poiché i radar israeliani non coprono l’intero territorio iraniano. Secondo il resoconto dell’operazione presentato dal ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar al Consiglio di Sicurezza (S/2025/390), Israele ha dichiarato di aver voluto neutralizzare la minaccia rappresentata dai programmi nucleari e missilistici iraniani. L’azione si è basata sulle conclusioni dell’AIEA, supportate dall’analisi del software di intelligenza artificiale Mosaic, che, come detto, non era basata su osservazioni dirette. Questo ha portato Israele ad affermare falsamente che l’Iran stesse accelerando la produzione di armi nucleari. Tuttavia, l’operazione Leone Nascente ha colpito anche il sistema di missili balistici e figure chiave del settore militare e scientifico iraniano, andando oltre l’obiettivo dichiarato. Questo solleva interrogativi sul rispetto del diritto internazionale da parte di Israele e degli Stati Uniti. L’ambasciatore israeliano Danny Danon ha definito l’azione preventiva e di prelazione, ma tale logica, se generalizzata, potrebbe giustificare attacchi arbitrari contro qualsiasi Paese. La partecipazione statunitense, tramite i radar di al-Udeid, rende Washington corresponsabile delle conseguenze. Anche Paesi non occidentali rivendicano il diritto all’accesso alla scienza. Israele, nel colpire scienziati civili impegnati in ricerche sulla fusione nucleare, ha ampliato le dimensioni dell’attacco. Non si è limitato ai bombardamenti aerei: sono stati utilizzati droni per assassinare individui nelle loro abitazioni, una tattica già impiegata in precedenti operazioni militari come l’Operazione Ragnatela del 1° giugno 2025 in Ucraina, che suggerisce una coordinazione con servizi segreti esteri. Alla vigilia dell’attacco israeliano, la stampa iraniana ha diffuso documenti sottratti dai servizi segreti iraniani, tra cui un elenco di scienziati nucleari fornito a Tel Aviv, coincidente con le persone colpite durante l’operazione Leone Nascente. Questo non implica una responsabilità diretta del direttore dell’AIEA, Rafael Grossi, ma suggerisce una connivenza indiretta nella selezione degli obiettivi. Il presidente Trump ha lanciato, tra il 21 e il 22 giugno, l’Operazione Martello di Mezzanotte, volta a distruggere tre siti di ricerca nucleare iraniani con bombe GBU-57, progettate per perforare fino a 80 metri di granito. L’obiettivo ufficiale era prevenire ulteriori attacchi israeliani. Nonostante ciò, le FDI hanno continuato a colpire infrastrutture e scorte di carburante iraniane, estendendo l’azione oltre gli obiettivi dichiarati, in modo simile alle tattiche impiegate a Gaza contro Hamas. Quando Trump ha constatato l’eccesso di escalation, ha interrotto le missioni degli aerei israeliani, riportandoli alle basi, sottolineando la difficoltà di controllare completamente le operazioni militari dei propri alleati.

Guerra dei Dodici Giorni
Guerra dei Dodici Giorni

 

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Pat Antonini

Ha studiato letterature e lingue straniere moderne, collabora stabilmente con Hyperborea, Centro Studi Eurasia Mediterraneo, Dragonsword e Punto di Fuga

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