Russia e Ucraina: come si è arrivati alla guerra

Russia e Ucraina: come si è arrivati alla guerra

Articolo scritto da David Sciuga con la collaborazione di Pat Antonini. Inoltre si ringrazia Pierluigi Mariani per la consulenza su alcuni temi trattati.

Lo scontro scoppiato nel febbraio 2022 tra Russia e Ucraina ha cause e radici lontane. Il Presidente russo Vladimir Putin già nel 2021 chiedeva di non mettere altre basi NATO lungo i suoi confini, di non farla entrare nella NATO e di non proseguire con l’armamento dei Paesi confinanti. Dal 1997 in NATO molti popoli ex Patto di Varsavia. Sono al tempo stesso stati piazzati missili a ridosso dei confini russi. D’altro canto la guerra civile del Donbass nel  2014 non è mai finita. Le milizie ucraine attive nella guerriglia del Donbass non indignano l’Occidente, sempre pronto a vedere ovunque risurrezioni di frange estremista tranne quando fanno comodo.  Il conflitto non è che la continuazione della guerra civile tra separatisti filorussi e stato centrale dal governo filoatlantico, solo che l’Ucraina si fa, suo malgrado, polveriera di una contrapposizione che assume particolare rilevanza tra blocchi contrapposti, in un riacuirsi del clima della Guerra Fredda. Si cerca di ricomporre questo complesso quadro, che, tra intrecci e complesse relazioni in chiaroscuro, costituisce la premessa indispensabile per contestualizzare il conflitto.

 

Un nuovo capitolo della narrazione globale

L’Ucraina occupa una posizione strategica tra Europa centrale e Russia e dispone di un territorio  che fa gola per la ricchezza delle sue risorse naturali: carbone, ferro,  gas naturali, petrolio, argilla, manganese, mercurio salgemma per l’industria pesante e favorita per l’agricoltura dalla presenza della fertilissima terra nera e questo la rende un’area economicamente strategica. Questo si aggiunge un complesso quadro storico e una delicata e altalenante relazione di vicinato con la “sorella slava“. La tensione tra Russia e Ucraina improvvisamente è diventata una questione degna di attenzione per i mainstream-media, eppure lo scenario da Guerra Fredda, con Volodymyr Zelenskyj, ex attore e ex uomo di spettacolo, si è rapidamente sostituito alla narrazione dell’emergenza pandemica da Covid-19

 

Lo spostamento degli equilibri interni e la guerra civile

Un radicato sentimento antirusso di una parte del popolo ucraino affonda nella strage dimenticata di Holomodor, una carestia indotta tra il 1932 e il 1933 con la collettivizzazione forzata dei terreni, con cui l’URSS stroncò le velleità dei secessionisti ucraini con una strage pesantissima che si stima abbia contato dai 5 ai 8 milioni di morti, è stata cavalcata dagli atlantisti con la collaudata strategia del dividi et impera per destabilizzare la Russia e indebolire la sua posizione, tornata a svolgere un ruolo di peso negli equilibri internazionali dopo la disgregazione sovietica. D’altra parte la questione della Crimea ha polarizzato il popolo ucraino, e le tensioni si sono trasferite nelle zone con presenza di soggetti filorussi, come l’area del Donbass di Lugansk e Donetsk, ricca di giacimenti di carbone e attraversata dal fiume Severskij Donec o Sivers’kyj Donec, comunemente chiamato solo Donec. Il filorusso Viktor Janukovyč è stato governatore dell’Oblast di Donetsk dal 1997 al 2002, ricoprendo poi la carica di Primo Ministro a tre riprese in un arco di tempo che va dal 2002 al 2007. Nel 2004, Janukovyč intraprese la sua campagna presidenziale dove conseguì una effimera vittoria nella seconda tornata elettorale svoltasi nel novembre dello stesso anno. Il risultato ottenuto fu vano, essendo stato bersaglio di ingerenze straniere dagli stati occidentali e organizzazioni internazionali volte contestarlo per presunti brogli elettorali; ma anche di disordini interni incarnati principalmente da Julija Tymošenko e il movimento della Rivoluzione Arancione , esempio di rivoluzione colorata orchestrata da gruppi di potere di area atlantista, che non poco condizionò la decisione della corte suprema di replicare le elezioni. La ripetizione del verdetto alle urne nel Dicembre 2004 vide il filoccidentale Viktor Juščenko – sostenuto dagli arancioni, dalla Tymosenko e dall’occidente tramite il collaudato sistema delle “rivoluzioni colorate” pilotate a distanza – vincitore contro il trasversale e regionalista partito di Janukovyč sostenuto invece dalla Russia e dai filorussi dei territori ucraini. La Tymoshenko diventa l’indomani Primo Ministro per poi venir sostituita un anno dopo a causa delle divisioni della maggioranza di Juščenko. Seguiranno poi fasi altalenanti di vario tipo nell’arco di tempo che parte da questi avvenimenti al 2009/2010, tra le quali un governo di larghe intese e fasi in cui Janukovyč e la Tymosenko sono stati sia al governo di coalizione sia scambiati al ruolo dell’opposizione. Quando nel 2008, Georgia e Ucraina furono incoraggiate ad aderire alla UE e alla NATO, Mosca ovviamente esternò i suoi propositi di annettere la Crimea. Due anni dopo, nelle elezioni presidenziali del 2010 Viktor Janukovyč ottenne nuovamente la vittoria e i propositi e l’ Ucraina si spostò di nuovo con decisione verso la sfera di influenza di Mosca, per poi trovare nel 2014 la contrapposizione di una nuova sollevazione simile alla Rivoluzione Arancione, ma con maggiore della violenza decisiva nel rendere definitivamente polarizzato il popolo Ucraino tra europeisti da una parte e filorussi dall’altra. Nel frattempo, nel marzo 2014, la Crimea venne annessa alla Russia in qualità di due entità federali: Sebastopoli e Repubblica di Crimea. Il referendum di autodeterminazione in quest’area dalla popolazione quasi totalmente russofona fu quasi un plebiscito a favore del passaggio con la Russia con una percentuale schiacciante del 95,2%. Senza colpo ferire Mosca poté così riguadagnarsi il tanto agognato sbocco sullo strategico Mar Nero, bacino acquatico chiuso tra oriente e occidente, nonché zona ricca di gasdotti. Forti dell’esempio della Crimea, i russofoni del Donbass, che letteralmente significa “bacino del Donec”, chiesero e ottennero un referendum di annessione alla Russia, che espresse così anche stavolta una netta volontà di passare sotto il governo di Mosca. Tuttavia l’esito del referendum non venne riconosciuto dal governo di Kiev, in un crescendo di tensioni tra le due anime del Paese che si andavano appunto così fortemente dividendo. Si arrivò così alla guerra civile del 2014: per reazione nei confronti del diniego del governo centrale ucraino, alcuni manifestanti armati,  secondo le testimonianze, occuparono alcuni palazzi governativi dell’Ucraina orientale, facendo degenerare le ostilità tra filorussi e filoccidentali in un aspro conflitto armato. La battaglia di Jevromaidan ha comportato una russofobia ideologica, fenomeno che il giornalista, scrittore ed esperto di politica estera Giulietto Chiesa chiamò “Putinfobia”. Pesante punto di svolta delle tensioni interne fu la strage di Odessa, dove gruppi di miliziani ucraini di collettivi paramilitari come Pravij Sektor, gli ultras e le mafie territoriali costituirono un numeroso commando per compiere una strage sui manifestanti filorussi, fatto dimenticato e quasi sempre taciuto dai media occidentali, se non in rare narrazioni lacunose e smaccatamente di parte.

 

La Strage di Odessa del 2014: apice delle violenze e precedente dimenticato

 

In seguito alla destituzione del presidente filorusso Viktor Janukovyč, rimpiazzato dal nominato  ad interim Oleksandr Turčynov tra i dissapori della parte di popolazione ucraina non favorevole alla svolta filoatlantica, si giunse a scontri in piazza tra i sostenitori della fazione filorussa e quella filoccidentale. In seguito il 2 maggio 2014 ad Odessa le fazioni palamilitari di estrema destra aprirono il fuoco su dei civili disarmati: vennero uccise 48 persone, mentre altre 70 vennero portate in ospedale riportando ferite gravi. Secondo la ricostruzione ufficiale i membri della frangia filorussa si rifugiarono in seguito nella Casa dei Sindacati, l’edificio venne quindi circondato e fatto andare a fuoco, uccidendo sostenitori del partito filorusso. Si cercò invece di colpire anche civili totalmente estranei ai dissidi politici, perpetuando una criminosa caccia all’uomo. Questo attacco ai civili venne anticipato con un altro avvenuto il 19 febbraio precedente con il pieno appoggio delle forze armate locali. Nell’aprile del 2014 i golpisti cominciarono a stazionare in posti di blocco in prossimità degli ingressi cittadini formati da circa 50 guerriglieri. Nello stesso mese il capo del Consiglio di Sicurezza  e Difesa Nazionale Andrij Parubij visitò la città fece distribuire armi nelle aree militarmente occupate e in quel maledetto 2 maggio prese parte all’aggressione armata contro i civili inermi. Si trattò quindi di una strage deliberatamente orchestrata e non può essere archiviata come un semplice scontro politico. I media occidentali hanno parzialmente sottaciuto la vicenda, omettendo spesso la sua vera motivazione: l’odio etnico, perpetuato nell’indifferenza generale dell’Occidente, da parte di esponenti di estrema destra, armati dagli Atlantisti, che applicano metodi criminali e che si rivedono impropriamente nel Nazismo, appropriandosi dei suoi simboli. Alcuni politici ucraini di orientamento filoccidentale hanno addirittura salutato il triste evento come una vittoria dell’unità nazionale. Il 21 maggio successivo il consiglio di sicurezza dell’ONU ha respinto la proposta della Russia di indagare sui tragici fatti di Odessa e l’episodio è stato spesso omesso, minimizzato e dimenticato dai media occidentali. Sulla strage non si svolse nessun processo e i leader europei, tutto considerato, reagirono in maniera abbastanza tiepida salvo rare eccezioni come quella dell’italiano Matteo Salvini, anche se poi verrebbe da chiedersi se il leader leghista ricordi ancora quella sua presa di posizione. In seguito all’annessione della Crimea e al dispiegamento di navi militari nell’area marittima attigua di Sebastopoli scaturì l’invio da parte del Presidente degli Stati Uniti Barak Obama della diplomatica Victoria Nunland per gestire e mediare le fasi di questa crisi che vedeva coinvolte NATO, Unione Europea, Russia e Ucraina. La trattativa fu un sostanziale fallimento e non fece che gettare benzina sul fuoco. Nel “Trump Time” alla Casa Bianca le relazioni tra Putin e presidenza statunitense hanno avuto invece una distensione. Il repubblicano Donald Trump è stato totalmente inviso ai media occidentali, salvo alcuni eccezioni nella controinformazione. Il tycoon ha sempre – almeno nella teoria – espresso ammirazione e voglia di dialogo con Mosca, proposito che non ha mai potuto svolgere a pieno compimento a causa delle pressioni avverse subite che facevano leva sull’argomento ricorrente del Russiagate o di altri tormentoni di turno finalizzati al solo rumore e al ricatto mediatico e al naturale potenziale impatto sul consenso.  Questo è l’indirizzo voluto dai gruppi di influenza che avrebbero un tratto vantaggio economico strategicamente rilevante da un ritorno a una politica estera tendenzialmente guerrafondaia da parte degli Stati Uniti. Interessi di lobby che poi hanno avuto praticamente campo libero con l’inizio del mandato presidenziale del democratico Joe Biden.

Zelensky e Putin
Il Presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky e il Presidente della Russia Vladimir Putin

 

Il protrarsi delle tensioni

 

Il Donbass non ha mai cessato il suo conflitto con  i suoi tragici strascichi di spargimenti di sangue con circa 14.000 uccisioni stimate. Prima dell’insediamento di Trump, nell’agosto del 2016 vi furono le reciproche accuse e il conflitto a fuoco ad Armans’k ed in seguito, due anni dopo la vittoria dello stesso Trump, avvenne l’incidente nel 2018 nello stretto di Kerč. Tutto ciò nell’arco di tempo in cui, sotto la presidenza di Porosenko, si sono avvicendati i primi ministri Jaceniuk e Groysman, prima della vittoria dell’attuale presidente Volodymir Zelensky nel dicembre 2019. Quest’ultimo è un vassallo atlantico che ha chiesto a gran voce l’ingresso dell’Ucraina nella NATO e nell’Unione Europea, cosa invisa alla Russia, che si sente minacciata dalla volontà dell’Occidente di inglobare nella sua sfera d’influenza quello che invece poteva considerarsi uno stato cuscinetto, tra l’altro culturalmente e storicamente affine alla Russia. Gli strateghi e gli analisti militari occidentali di area atlantica hanno compiuto l’errore di considerare la Russia esclusivamente capace di applicare vecchie strategie sovietiche, valutandola impossibilitata ad una manovra sull’Ucraina, non considerando che quest’ultima ha una sua indipendenza che rende le sanzioni imposte dalla UE inefficaci. Gli Stati Uniti continuano tutt’ora ad usare l’Europa come pedina sacrificabile e non solo per quanto riguarda il rapporto con Putin. Durante il primo anno di pandemia l’occidente si è reso conto che Putin era in grado di avanzare pretese – rallentate dal covid – contro l’espansione orientale NATO anche se, facendo un passo in dietro metterà in evidenza degli aspetti da considerare.

Ucraina indicate con le repubbliche autonome del Donbass
Ucraina indicate con le repubbliche del Donbass

 

Quel discorso di Putin

 

Per comprendere il punto di vista di Vladimir Putin e l’instabile relazione tra blocchi d’influenza può essere utile analizzare i temi emersi nel discorso alla Conferenza di Monaco di Baviera sulla Politica di Sicurezza dell’11 febbraio 2007. Il mantenimento della pace dovrebbe essere considerato nell’interesse di tutti: con le tecnologie attualmente a disposizione uno scontro frontale tra potenze porterebbe con grandissima probabilità alla fine di entrambe.  Questo senso di pericolo perenne è stato vissuto con la Guerra Fredda, al termine della quale il mondo ha avuto un unico potere accentratore, il che lato nell’immediato ha fatto venire meno il clima rigido dovuto all’aspra contrapposizione tra blocchi, mentre dall’altro ha portato al venir meno di qualsiasi effettivo fondamento morale per la moderna civiltà. E la centralizzazione del potere via via sempre in meno mani è uno dei fenomeni più evidenti del processo di globalizzazione che ha caratterizzato il mondo dopo la caduta del Muro di Berlino. Questo stato delle cose ha portato a azioni dispotiche e oppressive, non diminuendo i conflitti nel mondo, anzi facendoli in realtà crescere. Putin ha proseguito facendo notare che i Paesi BRICS (Brasile, Russia, India, Cina) hanno insieme un PIL superiore a quello dell’Unione Europea e questo divario potrà aumentare. Questo dato economico andrà  a tradursi in influenza politica, cosa che come si è visto non sempre viene opportunamente considerata. La corsa agli armamenti non è cessata e i continui conflitti andrebbero evitati anziché fomentarli con politiche estere imperialiste, dettate da lobby che fiutano nuove possibilità di lucro, tutto questo mentre ipocritamente si parla di pace per rabbonire le masse e giustificare le azioni violente.L’ultima parola circa gli attacchi militari dovrebbe spettare all’ONU alla condizione che la Legge Internazionale venga davvero rispettata. In questo contesto la rinuncia al riarmo dovrebbe essere un percorso auspicabile: Stati Uniti e la Russia dovrebbero proseguire all’unisono nell’osservare il Trattato di non proliferazione nucleare. Tuttavia molti altri Paesi sono dotati di estate missilistiche ma solo gli Stati Uniti e la Russia sono vincolati alla responsabilità di non creare tali sistemi di arma. Cruciale è anche il fatto che la NATO abbia progressivamente portato a aumentare la presenza delle proprie forze lungo i confini russi non dimostrando nei fatti osservanza dei trattati bilaterali: nel Patto di Varsavia la possibilità di un accerchiamento militare era espressamente esclusa. Si tratta di un’asimmetria che non ha riscontro nell’interesse collettivo costante di mantenere la pace. Si parla poi molto di lotta alla povertà quando invece nella realtà dei fatti da un lato si distribuisce aiuto caritatevole ai Paesi in difficoltà ma dall’altro non solo si mantiene l’arretratezza economica ma si colgono anche i conseguenti profitti: queste disuguaglianze planetarie, combattute solo a livello di facciata, sono una possibile miccia per risentimenti e pericolosi processi di destabilizzazione.Sta di fatto che pochi Paesi gestiscono a loro vantaggio le politiche internazionali: enti come l’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa), nato per esaminare tutti gli aspetti della sicurezza internazionale, dovrebbero essere quindi super partes. Si tratta invece di organizzazioni sono formalmente indipendenti ma sono finanziate in modo finalizzato. 

 

Conclusioni

 

Dal nucleo tematico del monologo emerge un’effettiva continuità con la politica internazionale della Russia dei primi due decenni del XX secolo, forte della sua rinnovata autorevolezza, aperta al dialogo con l’Occidente ma fermamente pronta a non farsi schiacciare dalle potenze che influenzano gli organi internazionali. Alla vigilia dell’ingresso delle truppe russe in territorio ucraino Putin aveva avanzato le sue già note richieste di sgombero delle truppe della NATO stabilitesi in Ucraina nei pressi dei confini con la Russia e il riconoscimento dell’indipendenza delle repubbliche del Donbass, isolate da Kiev e rifornite di energia e materie prime da Mosca, senza trovare accoglimento da parte delle controparti. Si è così arrivati a un conflitto, propaggine di una guerra civile mai davvero finita dal 2014, cercato e purtroppo drammaticamente trovato con l’Ucraina a fare da polveriera tra i due blocchi: la NATO dominata dagli Stati Uniti e il gigante eurasiatico.  È chiaro che la guerra non è mai la soluzione auspicabile e a rimetterci sono sempre i civili che non hanno colpe e che vedono ingiustamente calpestato il sacrosanto diritto a vivere la propria vita, ma fare chiarezza su questo complesso e delicato capitolo partendo dalle sue premesse è essenziale per essere consapevoli di quanto sta accadendo, in un conflitto potenzialmente fondamentale per gli equilibri economico-finanziari e geopolitici a venire.

 

Riferimenti bibliografici

Autori vari, Grande Enciclopedia De Agostini, Novara, 1996

Maria Grazia Sileoni – Fabio Marco Fabbri, Breve Storia dell’Europa centro-orientale, Sette Città, Viterbo 2004

Autori vari, La Storia, realizzata dalla Redazione Grandi Opere di UTET Cultura, Istituto Geografico De Agostino/UTET, Novara 2007

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David Sciuga

Si è laureato con lode prima in Lettere Moderne poi in Filologia Moderna presso l’Università degli Studi della Tuscia. Successivamente ha conseguito il Master di II livello in Management presso la Bologna Business School. La sua tesi di laurea magistrale “La critica della civiltà dei consumi nell’ideologia di Pier Paolo Pasolini” è stata pubblicata da "OttoNovecento", rivista letteraria dell'Università Cattolica di Milano, ed è tuttora disponibile sul portale spagnolo delle pubblicazioni scientifiche Dialnet. Da giornalista pubblicista ha lavorato per il Nuovo Corriere Viterbese e per diverse testate locali, inoltre è anche blogger e critico cinematografico. Ha collaborato con il festival teatrale dei Quartieri dell’Arte e con l’Est Film Festival, di cui è stato presidente di giuria. Come manager di marketing e comunicazione ha lavorato per STS Academy, agenzia di formazione di security e intelligence. Il suo racconto "Sala da ballo" nel 2012 è stato incluso nell’antologia del primo concorso letterario nazionale "Tracce per la Meta". Sempre nello stesso anno è stato premiato con il secondo posto al Premio Internazionale di poesia “Oggi Futuro” indetto dall’Accademia dei Micenei. È stato moderatore di conferenze di geopolitica dove sono intervenuti giornalisti di rilievo nazionale. Nel 2018 ha pubblicato il suo primo romanzo "Due fratelli" con la casa editrice Lulu.com. Ha ultimato il suo secondo romanzo in attesa di pubblicazione. Collabora con il web magazine "L'Undici". Parla correttamente l'inglese, possiede elementi di francese e tedesco.

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