La democrazia occidentale ha fallito, Fukuyama aveva torto

La democrazia occidentale ha fallito, Fukuyama aveva torto

La democrazia occidentale ha fallito.

Per molti è stato questo il significato degli avvenimenti dello scorso 6 Gennaio che hanno colpito duramente gli Stati Uniti d’America.

Per altri ha vinto la democrazia, essendosi soffocata abbastanza repentinamente la manifestazione riottosa.

Al di là dei risvolti, che in potenza sarebbero potuti essere decisamente peggiori, l’assalto al Campidoglio ha dimostrato quanto sia facile negli Stati Uniti mettere in crisi i risultati legittimi delle votazioni e quanto chi controlla i media possa decidere, a torto o a ragione, chi e quando possa parlare.

 

La democrazia occidentale ha fallito lo scorso 6 Gennaio, dopo aver trionfato nella storia del dopoguerra.

Dopo aver trionfato su quella concezione di storia che “finiva” nelle pagine del famoso saggio politico di Francis Fukuyama dal titolo “La fine della storia e l’ultimo uomo”.

La democrazia occidentale, secondo la visione dell’autore, si è imposta su ogni altra forma di potere politico, dimostrandosi come il modello politico preferibile e, nel giro di pochi anni, secondo l’autore, il mondo intero sarebbe stato pervaso da democrazie liberali.

Sulla base di questa convinzione Francis Fukuyama prospettava una fine della storia;

non essendoci più differenti modelli contrapposti ideologici che si contendono il riconoscimento di una superiorità l’uno rispetto l’altro, non avrebbe più avuto senso parlare di Storia.

Sarebbe finita, in altri termini, quell’agonia dialettica che è alla base del materialismo storico caro tanto al pensiero di Hegel quanto a quello di Marx.

Nella dissoluzione dell’Urss Fukuyama vedeva il trionfo del modello democratico liberale e, come lui, molti altri politologi del calibro di Barry Buzan e John Ikenberry, hanno visto nel modello statunitense quella forma trionfante di democrazia perfetta.

Magari non tutti, anzi forse la minor parte, erano d’accordo con la tesi di Fukuyama, ma sicuramente tutti erano concordi nel ritenere che sposare il modello americano avrebbe significato, a seguito della Guerra Fredda, “salire sul carro del vincitore”.

 

Gli Stati Uniti avevano vinto il confronto ideologico con l’Urss,

incarnando per eccellenza una trasposizione empirica del concetto di democrazia:

il modello che grazie agli Usa era uscito vincitore rispetto al sistema dell’economia pianificata di Urss e Cina.

 

Di lì a pochi anni anche la Cina, gradualmente e lentamente, avrebbe sposato il modello del libero mercato aprendosi ad una prospettiva democratica.

Al di là delle discussioni e delle perplessità in merito, la Cina di Mao Tse-Tung non è paragonabile a quella di Deng Xiao Ping e, quest’ultima, non è paragonabile all’attuale Cina governata da Xin Jin Ping.

In tutte le sue evoluzioni, pur mantenendo la centralità del modello comunista, la Cina si è progressivamente ammorbidita ed aperta al modello del libero mercato.

Al di là delle nomenclature o delle etichette, di fatto, nell’era contemporanea non conviene più a nessuno Stato mantenere un’ economia chiusa e pianificata accompagnato da una forma di Stato totalitario e repressivo.

 

Ha dunque vinto il modello democratico americano?

 

Se si osservano le recenti vicende di politica internazionale viene piuttosto da dire che la democrazia occidentale ha fallito.

Donald Trump non ha accettato il risultato delle elezioni, acclamando dei brogli elettorali che si è dimostrato non siano per nulla avvenuti.

Donald Trump ha fomentato con il suo atteggiamento un numero consistente di fanatici e seguaci a generare una rivolta di popolo per sovvertire elezioni legittime.

In questo caso il termine legittimità è sia da ricondursi al concetto di legalità sia da ricondursi all’idea di riconoscimento del risultato.

Joe Biden è il legittimo Presidente degli Stati Uniti d’America in quanto espressione della volontà popolare attraverso la pronuncia dei Grandi Elettori, che se pur discutibile è un meccanismo caro alla tradizione statunitense.

La democrazia occidentale ha fallito, dunque, perché un presidente uscente ha messo in dubbio il corretto funzionamento del sistema elettorale statunitense.

Donald Trump ha messo in discussione quello stesso sistema elettorale, con le sue regole e i suoi elettori, che lo scorso 2016 lo ha portato alla Casa Bianca.

 

“Conosco il vostro dolore, conosco la vostra rabbia.

Ci hanno rubato le elezioni.

La nostra vittoria è stata schiacciante, e lo sanno tutti, soprattutto dall’altra parte.

Ma adesso dovete tornare a casa.

Deve tornare la pace. Devono tornare l’ordine e la legalità”.

-Donald Trump-

 

Un presidente uscente dovrebbe essere il primo a credere alla legalità di quelle stesse elezioni che lo hanno portato quattro anni prima alla presidenza. 

La democrazia occidentale ha fallito, nel momento in cui a dubitare della legalità delle elezioni è proprio l’ex presidente uscente.

La democrazia occidentale ha fallito perché Donald Trump ha comunque ribadito più volte che le elezioni nelle quali è uscito perdente sono state il frutto di un imbroglio.

La democrazia occidentale ha fallito nel momento in cui chi è a capo del monopolio dei più grandi e popolati social network mondiali decide arbitrariamente di mettere un blocco agli interventi e al profilo di Donald Trump.

Sarebbe bello interrogare Francis Fukuyama per chiedergli se la Storia è davvero finita, o se non sia solo agli albori di un nuovo inizio, dove il ciclo si ripete esattamente ripartendo da dove si era concluso.

 

La democrazia occidentale ha fallito, Francis Fukuyama aveva torto.

 

Perché i sostenitori di Donald Trump non hanno accettato il risultato del voto? Ci potrebbe essere qualche aspetto nel sistema del voto statunitense che non funziona o che potrebbe essere migliorato? Nessuno se lo è chiesto.

In fondo potrebbe essere proficuo e funzionale chiedersi se un sistema elettorale sia realmente corretto o migliorabile.

Sarebbe sano in una democrazia all’avanguardia e in una democrazia nella quale si spera non accadano mai episodi come quello avvenuto lo scorso gennaio.

 

Il sistema elettorale basato su Grandi elettori

è realmente ed equamente

rappresentativo della volontà popolare?

 

Stando a quanto affermato da Slavoj Zizek in un recente articolo apparso su “Internazionale” il sistema elettorale americano sarebbe corrotto e truccato: “Una grande farsa pilotata dal deep state“.

Lo stesso Zizek fa notare come Trump non volesse di fatto fomentare una rivolta, sebbene le sue sconsiderate modalità comunicative possano lasciar trapelare il contrario.

Donald Trump, afferma Zizek, è un “populista di oggi” ed ha pertanto bisogno del sistema per poter avanzare le sue false promesse, fare leva su poveri e disagiati, fare leva su un sistema di voto dalla dubbia rappresentatività.

Solo all’interno di un sistema con precise regole un Donald Trump può avere appigli di malfunzionamento per acquisire consensi e tentare di dimostrare che un suo avversario è illegittimo.

 

A questo punto che la democrazia occidentale ha fallito e che

la storia non è finita, esiste l’

“Ultimo uomo” di cui parla Fukuyama?

 

L’ “Ultimo uomo” è forse quell’ideale di uomo critico che dinnanzi ad una falla del sistema non critica il sistema nel suo complesso ma cerca di rimuovere quelle zone grigie che ostacolano la piena espressione della libertà individuale e il buon andamento della macchina statale.

L’ “Ultimo uolmo” sta forse in chi cerca di vedere, negli episodi dello scorso 6 Gennaio, una sbagliata e condannabile manifestazione di disagio e malcontento.

Se pur appannata da fanatismo e delirio di protagonismo, quanto accaduto a Washington è una chiara ed evidente problematica che è insita nel siastema della democrazia elettorale statunitense e che va affrontata e risolta.

Il problema della rappresentitività del sistema di voto vigente negli Stati Uniti era già presente ben prima che Donald Trump lo strumentalizzasse a suo favore e che scoppiassero le rivolte di Capitol Hill.

Gli stessi padri fondatori, come fa notare Zizek, avevano ammesso che il sistema elettorale statunitense è complesso e macchinoso e che ha lo scopo di non rendere chiara la volontà popolare. 

A questo punto si vogliono ancora mantenere dei solidi appigli da offrire al prossimo populista di turno per mettere in dubbio la legittimità delle elezioni o si cercherà di modificare quello che non va in un meccanismo elettorale che lascia abbastanza, forse troppe, zone grigie?

 

Bibliografia:

  • Slavoj Zizek, “Il più grande tradimento di Donald Trump”, Internazionale del 9 Gennaio 2021, https://www.internazionale.it/opinione/slavoj-zizek/2021/01/09/grande-tradimento-donald-trump
  • Barry Buzan, “Il gioco delle potenze: la politica mondiale nel XXI secolo”, Ube paperback, 2006, Bocconi university press, Milano
  • John Ikemberry, “Dopo la vittoria”, 2003, Vita e pensiero Università Cattolica, Milano.
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Alessandro Gatti

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