Fantozzi, uno di noi

Fantozzi, uno di noi

Paolo Villaggio, creatore e interprete del personaggio di Fantozzi, in un‘interessante intervista concessa nel 1975 alla televisione svizzera, metteva in guardia sulle promesse di felicità diffuse della nascente società dei consumi. Una società iper-competitiva dove pochissimi hanno moltissimo ma vogliono sempre di più e dove i tanti sono costretti a inseguire, sospinti dalla comparsa continua di nuovi bisogni indotti da assecondare, pena l’esclusione sociale. Questi ultimi non possono che trovare con grande frustrazione niente di meglio che un posto da comprimari. Una siffatta società non poteva che lasciare tutti scontenti e insoddisfatti. Le opere prima letterarie e poi cinematografiche dedicate all’impiegato vessato per antonomasia mostrano da vicino come questo accade nella vita di tutti i giorni.

Fantozzi siamo tutti noi, in utile negarlo. Chiunque almeno per un po’ si è trovato in una situazione “da Fantozzi”, qui sta la potenza di questo personaggio che nella sua semplicità sa far ridere di tante verità, che a volte diventano talmente normali da non essere più percepite per quello che sono da chi le sperimenta.

Ugo Fantozzi, comune impiegato di estrazione piccolo-borghese, è la persona media, un uomo qualunque, grigio, anonimo e servile verso i potenti. Potrebbe sembrare a un occhio poco attento un emarginato, invece è il tipico prodotto della società in cui vive. Villaggio, che ha ideato il personaggio ispirato dai suoi reali trascorsi impiegatizi alla Finsider, un’importante un’azienda genovese, raccontava che a volte si divertiva ad andare alle proiezioni dei film del suo personaggio, confondendosi fra gli spettatori. Ascoltando i loro commenti si rendeva conto che questi erano soliti prendersi beffa delle disavventure del suo personaggio senza capire che in realtà “Fantozzi” erano proprio loro. Troppo facile dire che Fantozzi è qualcuno che sta messo peggio di noi, ma Villaggio voleva costringere lo spettatore a fare una presa di coscienza e riconoscere se stesso in quelle piccole disgrazie quotidiane.

Il personaggio più celebre di Paolo Villaggio ha un illustre predecessore nella letteratura russa: Akakij Akakievič, protagonista dei racconti di Nikolaj Vasil’evič Gogol’ “Il Naso” e “Il Cappotto” era un vessato e anonimo impiegato, soffocato dalla società e dalla vita di ufficio. L’atmosfera, il carattere del personaggio e il tipo di situazioni, compresa la vena surreale e il linguaggio iperbolico hanno visto la luce in forma scritta.

Non tutti tra il grande pubblico sanno che Fantozzi è approdato al cinema dopo esser nato sotto forma letteraria, in raccolte di quadretti che poi sono stati rielaborati nella stesura delle sceneggiature. Sulla carta si traccia la tipologia di personaggi e le situazioni, potendo più calcare la mano sul surreale rispetto alla resa filmica. Un’altra differenze è che nelle pagine dei romanzi c’è il compagno di disavventure Fracchia, che al cinema è stato assimilato a Filini, per aver poi delle pellicole a lui dedicate.

Come i film, si tratta di letture semplici ma allo stesso tempo dotate di valore e contenuti. Facendo sia ridere che riflettere. Nel microcosmo fantozziano ci sono tipologia facilmente riscontrabili : la schiera di superiori oppressivi e dispotici, il collega “sveltone” e spaccone (il geometra Calboni), la civetta della situazione (l’ambitissima Signorina Silvani, con cui Fantozzi sogna di tradire la moglie) e l’imbranato compagno e pessimo organizzatore di eventi (il già citato geometra Filini). A casa l’attende una deludente e opaca famiglia, formata da una moglie e una figlia sciatte e di brutto aspetto. 

Qui però c’è da fare un distinguo: se nelle ultime pellicole lo disprezzano, nelle prime la moglie è una convinta sostenitrice del marito (forse qui ha il suo peso la differente interpretazione del personaggio di Liù Bosisio, che, temendo di rimanere imprigionata nel ruolo, lo lasciò a Milena Vukotic) mentre la figlia inizialmente stravede per suo padre. Anche personaggi apparsi una sola volta o poco più si sono comunque ritagliati uno spazio nell’immaginario collettivo, come l’apparentemente affabile quanto terrificante Megadirettoregalattico, avvolto da una proverbiale aura mistica, la “pecora nera” in quanto comunista dichiarato ragionier Folagra o l’inflessibile dietologo tedesco Birkermaier.

Fantozzi e Filini
Fantozzi e Filini

Con Fantozzi “il re è nudo”: le storture e le ipocrisie che tutti fingono di non vedere fin quasi a credere realmente che sia così, vengono miseramente smascherate grazie a una irrefrenabile e dissacrante comicità. Fantozzi comunque in fondo è migliore di chi gli sta intorno: i colleghi che solitamente si approfittano della sua disponibilità e i superiori che lo vessano non hanno, nonostante tutto, il suo spessore d’animo, come non lo ha il pubblico che ride delle sue sventure guardando questo pur sfortunato dall’alto in basso.

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Scena Corazzata Potemkin

 

Fantozzi non si arrende alla sorte avversa e alle sconfitte e continua a lottare. Non solo: sa prendersi le sue rivincite nei pochi momenti in cui dimostra di aver, seppur sopite e ben nascosti, forza di volontà, grinta e spirito d’iniziativa. Sì, ha più palle Fantozzi di qualsiasi altro personaggio che incrocia e di buona parte del pubblico che ride delle sue miserie.  Dopo ogni batosta alza la testa e riprende a lottare, da vero combattente.

Fantozzi riesce a ergersi leader di rivolte in cui viene seguito e osannato a furor di popolo. Salvo poi essere abbandonato dagli altri, che si dimostrano essere più vigliacchi di lui, quando il potere precostituito, una bestia troppo grande da affrontare da solo, torna inesorabilmente alla carica. Perché

Fantozzi, pur con le colpe e le debolezze che gli appartengono,

è vittima sacrificale di un sistema ingiusto retto dalla meschinità di tutti,

da cima a fondo della piramide. Un sistema costruito per essere ingiusto

e stritolare chi si trova nella parte sbagliata.

L’aggettivo “fantozziano” e molte espressioni gergali inventate da Paolo Villaggio per il suo personaggio, sono entrate nel vocabolario della lingua italiana, a riprova del posto di primo piano ottenuto con merito nel costume e nella cultura del Belpaese. Alcuni libri di Fantozzi sono pietre miliari della letteratura italiana, mentre i primi due film “Fantozzi” e “Il Secondo Tragico Fantozzi”, frutto della felice collaborazione tra Villaggio e il regista Luciano Salce, sono dei piccoli capolavori cinematografici.

Nelle opere più recenti, complice la regia di Neri Parenti, che ha voluto cedere alla tentazione della macchietta stereotipata fin a se stessa, che comunque ha solo esacerbato le conseguenze di spremere troppo un personaggio che aveva già dato molto, si assiste a un triste calo che sfocia in un patetismo che sarebbe stato preferibile evitare. Restano momenti meravigliosi di cristallina e corrosiva comicità che a volte sanno essere illuminanti come epifanie. E la grande lezione di Villaggio:

guardarsi allo specchio con onestà,

anche se quel che vediamo non ci piace,

a volte può essere molto divertente.

Ugo Fantozzi
Ugo Fantozzi

 

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David Sciuga

Si è laureato con lode prima in Lettere Moderne poi in Filologia Moderna presso l’Università degli Studi della Tuscia. Successivamente ha conseguito il Master di II livello presso la Bologna Business School. La sua tesi magistrale “La critica della civiltà dei consumi nell’ideologia di Pier Paolo Pasolini” è stata pubblicata da "OttoNovecento", rivista letteraria dell'Università Cattolica di Milano, ed è tuttora disponibile sul portale spagnolo delle pubblicazioni scientifiche Dialnet. Da giornalista pubblicista ha lavorato per il Nuovo Corriere Viterbese e per diverse testate locali, inoltre è anche blogger, aforista e critico cinematografico. Ha collaborato con il festival teatrale dei Quartieri dell’Arte e con l’Est Film Festival, di cui è stato presidente di giuria. Come manager di marketing e comunicazione ha lavorato per STS Academy, agenzia di formazione di security e intelligence. Il suo racconto "Sala da ballo" nel 2012 è stato incluso nell’antologia del primo concorso letterario nazionale "Tracce per la Meta". Sempre nel 2012 è stato premiato con il secondo posto al Premio Internazionale di poesia “Oggi Futuro” indetto dall’Accademia dei Micenei. È stato moderatore di conferenze di geopolitica dove sono intervenuti giornalisti di rilievo nazionale. Nel 2018 ha pubblicato il suo primo romanzo "Due fratelli" con la casa editrice Lulu.com. Collabora con il web magazine "L'Undici".

2 thoughts on “Fantozzi, uno di noi

  1. Articolo che suggerisce brillantemente al lettore gli spunti giusti per apprezzare l’opera di Fantozzi che -come è stato sottolineato dallo Sciuga – si tiene integra nei primissimi atti, per poi sgretolarsi progressivamente, in una fiction dove il manierismo stilistico e confezionabile della commedia degli anni 80 (in altri contesti, ben inteso, anche apprezzabile, ma di certo insipiente in questo) rende subalterni gli aspetti sociali, psicologici e critici che Paolo Villaggio aveva infuso nella narrazione prima del ragioniere anti-eroico. Condivisibile l’opinione dell’autore dell’articolo, che riconosce nelle prime due pellicole del Salce il vero animo caustico del ciclo filmico/letterario di Fantozzi. Un animo che si dissiperà, per venire recuperato solo in minuscola e pulviscolare misura circa dieci anni (e tre film) dopo, nel sesto atto “Fantozzi va in pensione”, ma non sarà in tutta evidenza un ritorno alla qualità, bensì un effimera e casuale fiammella. Contrariamente alla qualità rimane costante in tutto il ciclo della saga la sfortuna di Fantozzi, insistente al punto che, quando il ragioniere incappa in qualche effimero barlume provvidenziale quasi si sospetta l’intervento divino. Ho apprezzato molto nell’articolo anche la piccola incisione su Gogol, che trovo assolutamente calzante. Fantozzi ha vissuto di certo numerose proiezioni nella letteratura classica e nel cinema. La più cupa e agnostica è quella giustamente riconosciuta in Akievic. La più luminosa e vincente è invece rintracciabile in Demetrio Pianelli, nel romanzo ottocentesco italiano di Emilio De Marchi. Nondimeno la più degenere è quella di Lester Nygard, nel pulp di stampo settentrionale di “Fargo” (Fratelli Cohen) Ma Fantozzi, al contrario di Akievic, Pianelli e di Nygard può vantare – nè più nè meno di Filippo il Macedone, padre di Alessandro Magno – “di essere stato tirato su e scaraventato giù dagli Dei almeno una volta in mezzo al mar di noia della vita normale”.

  2. Grazie per l’appressamento e per aver interessanti osservazioni e accostamenti. Personalmente ho trovato “Fantozzi va in pensione” molto triste, comunque più degno di altre pellicole “crepuscolari”, ma il meccanismo era già logoro. Il Fantozzi che più abbiamo amato è un “antieroe eroico”, il vero Fantozzi.

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