mercati finanziari con la vittoria Trump smentiscono la stampa mondiale

Mercati finanziari con la vittoria Trumpmercati finanziari con la vittoria Trump

I Mercati finanziari con la vittoria Trump paventavano, ma non sembra essere del tutto accaduto, un crollo epocale simile a quello avutosi in seguito alla Brexit. La stretta autarchica del neo Presidente alla Casa Bianca avrebbe dovuto avere come conseguenza quella di riportare, nel territorio americano, molte aziende statunitensi che avevano delocalizzato all’estero per avvantaggiarsi del costo più basso della manodopera.

I Mercati finanziari con la vittoria Trump non hanno potuto ignorare le esigenze di quelle aziende, quali la Apple, che si sono viste mettere in discussione il proprio vantaggio competitivo in termini di costi-benefici. La Apple si vedrà costretta, infatti, a riportare dalla Cina le proprie basi produttive, mediante la cui delocalizzazione, poteva risparmiare diversi milioni di dollari.

I Mercati finanziari con la vittoria Trump vedrebbero dunque numerosi investitori, sempre per colpa dell’economia comportamentale studiata per la prima volta da James Dusemberry, spostare altrove i propri investimenti temendo una crisi del bilancio di questi colossi mondiali dell’ingegneria e dell’Hi tech.

Fino ad ora, a quanto pare, tutto questo non sembra essere accaduto o meglio, non sembra essere accaduto in misura rilevante. Il sole 24 ore riporta dati, relativi ai primi giorni del post Trump, alquanto rassicuranti. Il dollaro sembra essere ai massimi storici e Wall Street sembra in netta ripresa. Che sia anche questo un complotto ordito dal magnate della finanza americana per depistare i dati relativi agli indici dell’ economia americana? Sembra piuttosto che la sua politica sia stata demonizzata ancor prima di dare i suoi frutti negativi, ammesso che ne darà.

Il temperamento di Trump potrebbe creare delle difficoltà in termini di politica interna per i rapporti che il neo Presidente potrebbe instaurare con il Congresso e con la stessa maggioranza repubblicana. Diciamo che, se la storia si ripetesse, potrebbero essere tutti falsi allarmi nichilisti, e Donal Trump potrebbe rivelarsi un buon Presidente come del resto lo fu Ronald Reagan a suo tempo. Tra 1980 ed il 1983 l’economia statunitense ebbe una ripresa, grazie al nuovo approccio economico basato sull’offerta; la supply-side economics. Questa era caratterizzata da un taglio del 25% dell’imposta sul reddito, dall’abbattimento dei tassi di interesse, dall’aumento delle spese militari, dall’incremento del deficit e del debito pubblico.

Reagan venne rieletto nel 1984 ed instaurò un rapporto di distensione con l’Unione Sovietica basato sulla riduzione progressiva degli armamenti. Assieme al Premier britannico Margaret Thatcher Ronald Reagan riavvicinò la Russia sovietica alle logiche dello scambio di ruoli nella stabilizzazione mondiale. I “Due grandi poliziotti del mondo” che si sarebbero divisi le sfere di influenza nel globo per gestire le loro divergenze sulla linea della pacifica convivenza.

Donald Trump aspira, non a caso, ad un riavvicinamento alla Russia di Putin e potrebbe profilarsi, dunque, un ritorno alla logica dei “due grandi poliziotti del mondo”, che favorirebbe l’intento degli Stati Uniti di passare, in parte, il testimone dell’indirizzo mondiale, per concentrarsi sui propri affari interni.

Sempre sulla scia delle politiche di Reagan Donald Trump vorrebbe aumentare le spese militari per combattere l’ISIS e dunque incrementare il Pil statunitense, fermo restando che la sintomatologia dell’economia di un Paese non è rappresentata solo ed esclusivamente dal suo Prodotto interno lordo.

Piuttosto che la figura di Donald Trump, è stata la stampa mondiale ad aver innescato un meccanismo ribassista sui mercati. Leggiamo ad esempio sul quotidiano britannico The Guardian, risalente alla settimana successiva la vittoria di Trump, un articolo dello scrittore Ian McEwan che definisce Trump come un” bambino tra gli adulti” e prosegue apostrofandolo come “una larva malvagia annidata nel sistema politico statunitense in attesa di schiudersi e cominciare il suo banchetto”.

I mercati finanziari con la vittoria Trump hanno inizialmente subito una flessione al ribasso anche e soprattutto a causa di articoli catastrofici come questo. Non si possono certo trascurare le derive sovversive del quarantacinquesimo Presidente statunitense ai danni di Messicani, Giapponesi e Cinesi. Non si può trascurare come gli investitori internazionali abbiano temuto e temano tutt’ora i toni della campagna elettorale autarchica  e protezionista perpetrata da Donald Trump.

Stiamo realmente assistendo ad un rilancio della dottrina Monroe, con una Potenza statunitense proiettata alla guerra economica contro la Cina, volta a debellare con massicci investimenti militari la minaccia del terrorismo e, al contempo, desiderosa di un disimpegno nella Nato per evitare di “sobbarcarsi” anche i problemi della difesa degli alleati europei. Nonostante tutto, però, bisogna attendere tempi più maturi prima di tirare le somme di un’amministrazione dipinta, da tutti, come catastrofica per l’economia e la democrazia nel mondo.

I mercati finanziari con la vittoria Trump sembrano aver presentato inizialmente delle preoccupanti avvisaglie anche dall’Europa. Quest’ultima non ha potuto che risentire anch’essa del calo degli indici verificatosi negli stessi Stati Uniti. La paura per la vittoria di Donald Trump aveva generato un meccanismo ribassista che si era ripercosso anche sui mercati europei. Rispetto alla vigilia del trionfo dell’attuale neo Presidente, si può constatare che la situazione sia in netta ripresa.

Il sole 24 ore parla di un aumento epocale del dollaro americano. Questo potrebbe essere un male per le esportazioni Usa, ma sicuramente un bene per noi Europei e per l’Italia esportatrice in particolare. I recenti discorsi del neo Presidente sulla volontà di creare posti di lavoro ed abbattere la tassazione, sul modello Ronald Reagan, sembrano essere coerenti con quanto si sta verificando. La stampa mondiale, haimè, deve constatare che le sue previsioni erano alquanto pessimistiche.

Donald Trump ha convinto l’impresa Carrier, di Indianapolis, a non trasferire la sede produttiva in Messico, dove i lavoratori sarebbero stati pagati la metà. Questo successo non può che dare slancio alla credibilità del neo Presidente e, di rimando, agli investitori.

Sicuramente, anche a causa del rialzo stellare del dollaro, il problema principale per i mercati finanziari con la vittoria di Trump, si ha sul fronte dell’azionario. Quest’ultimo ha perso il 6% e minaccia di calare ancora a causa della deriva autarchica e protezionista del magnate dell’imprenditoria statunitense. La questione del rapporto con la Cina potrebbe essere problematica, dal momento che, pochi lo sanno o lo rammentano, Pechino ha in mano oltre mille e trecento diciassette miliardi di debito statunitense. Questo aspetto pone gli investitori in crisi, crea instabilità e potrebbe mettere sotto scacco matto Washington di qui ai prossimi mesi.

In merito all’Europa Donald Trump non si è mai professato filoeuropeo, o meglio questa è l’etichetta attribuita lui dalla stampa mondiale. In fondo il neo Presidente ha solo criticato, e come dar lui torto, la scarsa integrazione tra gli Stati europei e la loro incapacità di gestire l’integrazione dei musulmani. Stando anche a quanto ha sostenuto la società francese di Asset management Lyxor, il clima di incertezza causato dall’elezione di Trump potrebbe creare una forte volatilità sul mercato finanziario e un conseguente rally dell’oro.

Questi timori hanno manifestato, nei giorni precedenti l’elezione del neo Presidente, la loro assoluta fondatezza anche se andrebbero attribuiti più al terrorismo psicologico mediatico che non ad un effettivo “spauracchio Trump”.

Sul giornale newyorkese ProPublica, dopo la recente vittoria di Trump, il giornalista Alec MacGillis, ha scritto della sua esperienza diretta in merito all’incontro con alcuni cittadini  degli stati storicamente più democratici della storia Usa.

Pensylvania, Michgan, Winsconsin, ma anche i dubbiosi Ohio e Iowa. In queste regioni Donal Trump ha saputo trascinare alle urne, e in suo favore, centinaia di pensionati e giovani che non avevano mai votato prima d’allora. In numerosi angoli remoti degli Stati Uniti, spiega MacGillis, il voto non è sentito dalla gente. Questa non sembra curarsi degli affari politici, ma dalle interviste è emerso che molte di queste persone sembravano molto vicine al neo Presidente.

I mercati finanziari con la vittoria Trump sarebbero potuti andare meglio, almeno fino ad ora, se si fosse evitato di trascurare la voce di quella povera gente delusa dalle aspettative riposte nei Democratici. Di fatto il clima di incertezza che respirano i mercati finanziari, non sembra essere lo stesso respirato da molte persone che hanno trasformato i propri giardini in una sorta di “negozi di cartelli sponsorizzanti la vittoria Trump”.

La realtà di questi giorni ha mostrato che è di fatto bastato molto poco per smentire l’ondata di paura che ha condizionato al ribasso i mercati finanziari con la vittoria Trump. Nella fase iniziale dell’insediamento Trump, i mercati americani ed europei sembravano pesantemente in calo, ma successivamente hanno dato adito alla ripresa. Staremo a vedere, invece, quelle che saranno le sorti, ad oggi meno rosee, dei mercati azionari. Molto dipenderà da quanto Donald Trump acquisirà la consapevolezza del pericolo di una politica restrittiva nei confronti dei mercati asiatici.

Al di là della sorte che si vedranno riservata i mercati finanziari con la vittoria Trump, occorre porre attenzione al fatto che il neo Presidente repubblicano, nel suo riavvicinamento alla Russia, non potrà trascurare il pivot to Asia che Vladimir Putin ha avanzato a Pechino in seguito alle imprudenze della politica Obama. Una deriva verso le posizioni euroasiatiche non può fondarsi sulla miopia di escludere la Cina ed il suo progetto per la nuova via della Seta.

Di fatto nella politica statunitense non potrà mancare la considerazione della posizione di vantaggio della Cina rappresentata dalla gestione nel portafoglio di questa di una parte considerevole del debito pubblico Usa.

I futuri equilibri mondiali, e finanziari, dipenderanno dalla gestione della politica estera dell’amministrazione Trump in merito alla porzione asiatica del globo.

Bibliografia

http://www.lyxoretf.it/italy

https://www.forexinfo.it/Cosa-succede-conseguenze-Trump-presidente-Stati-Uniti

http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2016-12-01/trump-parte-posti-lavoro-225514.shtml?uuid=ADB2Ll5B&fromSearch

http://www.repubblica.it/economia/2014/01/16/news/in_cina_il_debito_degli_stati_uniti_pechino_ha_1_317_miliardi_dollari-76113399/

Internazionale numero 1180 anno 24 18/24 novembre 2016

 

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